TEL AVIV - Se a Washington e a Teheran la firma del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è stata accolta con toni celebrativi, a Gerusalemme il clima è molto diverso. A colpire è soprattutto il silenzio del primo ministro Benjamin Netanyahu, tradizionalmente considerato il più stretto alleato degli Stati Uniti nella regione, ma che oggi si trova a fare i conti con un’intesa che rischia di indebolire la sua strategia politica e militare. 

Per il premier israeliano l’accordo rappresenta un duro colpo, reso ancora più difficile da assorbire a meno di quattro mesi da elezioni che potrebbero rivelarsi decisive per il suo futuro politico. Gli avversari parlano apertamente di una sua sconfitta personale, mentre all’interno della coalizione di governo l’estrema destra manifesta crescente irritazione e chiede di proseguire sulla linea dello scontro. 

Il malcontento non riguarda soltanto la politica. Nelle forze armate emergono segnali di insofferenza e cresce la frustrazione tra i residenti del nord di Israele, molti dei quali restano ancora lontani dalle proprie case a causa del conflitto con Hezbollah. Sul terreno continuano inoltre a registrarsi perdite tra i militari israeliani: l’ultimo soldato è morto ieri nell’esplosione di un ordigno improvvisato in Libano. 

A complicare ulteriormente la posizione di Netanyahu vi sono i rapporti sempre più tesi con Donald Trump. Se in passato il rapporto tra i due leader era stato presentato come uno dei punti di forza del premier israeliano, nelle ultime settimane il presidente statunitense ha moltiplicato critiche e richiami pubblici. 

Si va dall’invito a “essere più responsabile” in Libano all’affermazione secondo cui Netanyahu “fa quello che voglio io”, fino al duro attacco seguito al bombardamento israeliano di Beirut avvenuto domenica scorsa, poche ore prima dell’annuncio dell’intesa con Teheran. In quell’occasione Trump avrebbe definito il premier israeliano una persona che “non ha un briciolo di buon senso”. 

Il presidente statunitense ha inoltre contestato apertamente la strategia militare adottata da Israele nel Paese dei Cedri: “Non si può radere al suolo un condominio ogni volta che vi entra uno di Hezbollah”, ha affermato, arrivando persino a suggerire che “se Israele non è in grado di risolvere la questione (con Hezbollah), allora lo farà la Siria”, guidata dal nuovo leader di Damasco Ahmad al-Sharaa. 

Le tensioni tra i due leader non sono una novità recente. Già dieci giorni fa, in un’intervista al Financial Times, Trump aveva dichiarato che “non avrà scelta, sono io che decido tutto, non lui”. Parole che contrastano con l’immagine costruita negli anni da Netanyahu, che ha spesso definito il presidente statunitense il “migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”. 

Sebbene il programma nucleare iraniano continui a rappresentare una delle principali preoccupazioni del governo israeliano, il nodo più urgente per Netanyahu resta oggi il Libano. Proprio il fronte libanese è stato inserito nel memorandum tra Washington e Teheran, ma il premier ha già chiarito di non essere disposto a rinunciare agli obiettivi perseguiti finora. 

All’indomani dell’annuncio dell’intesa, Netanyahu ha infatti ribadito che le truppe israeliane resteranno dispiegate nel Paese e continueranno a mantenere la libertà di intervenire contro eventuali minacce. 

Sul terreno, Forze di difesa israeliane (Idf) ha ridotto ma non interrotto le operazioni contro Hezbollah. Le forze israeliane sono state riposizionate, ma continuano a occupare la cosiddetta “zona di sicurezza”, che si estende fino a dieci chilometri all’interno del territorio libanese. 

In questo contesto, negli ambienti politici israeliani c’è chi spera che il memorandum non riesca a tradursi in un accordo definitivo. L’apertura della finestra negoziale di 60 giorni prevista dall’intesa lascia infatti spazio all’eventualità che nuovi sviluppi politici o militari possano ostacolare il raggiungimento di un compromesso finale tra Stati Uniti e Iran. 

L’obiettivo di Netanyahu sarebbe quello di mantenere la presenza militare israeliana in Libano almeno fino alla fine di ottobre o ai primi di novembre, periodo in cui si terranno sia le elezioni israeliane sia le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Dopo questi appuntamenti elettorali, secondo questa lettura, il quadro politico potrebbe cambiare. 

Nel frattempo, l’Idf punta a consolidare il controllo di alcune aree considerate strategiche nel sud del Libano, tra cui la cresta di Ali Taher, che domina la zona di Nabatieh e il villaggio di Kfar Tebnit. Analoga attenzione viene riservata al tratto di mare antistante la costa libanese, dove Israele mantiene una zona di sicurezza marittima attualmente interdetta alla navigazione. Lo scenario resta tuttavia in continua evoluzione e potrebbe essere influenzato dai negoziati diretti tra Israele e Libano avviati ad aprile a Washington sotto la mediazione del Dipartimento di Stato Usa. 

In vista del quinto round di colloqui, previsto per la prossima settimana, il presidente libanese Joseph Aoun ha cercato di rivendicare l’autonomia della posizione di Beirut. “Lo Stato libanese è sovrano e per la prima volta siamo noi a condurre i negoziati, nessuno negozia per noi”, ha dichiarato. 

Aoun ha inoltre sottolineato che “il percorso del Libano nei negoziati è indipendente”, ribadendo che “non è consentita alcuna interferenza esterna”, pur dichiarandosi a “favore di un cessate il fuoco e di qualsiasi Paese che ci aiuti, Iran compreso”. 

L’apertura di questo canale diretto con Israele è stata duramente contestata da Hezbollah, il movimento sciita sostenuto dall’Iran, che ha sempre guardato con sospetto a qualsiasi forma di negoziato diretto tra Beirut e Tel Aviv. La speranza delle autorità libanesi, condivisa anche dagli Stati Uniti, è che il fronte meridionale possa gradualmente raffreddarsi e trovare una soluzione politica attraverso il dialogo, anziché come semplice conseguenza dell’accordo tra Washington e Teheran. 

Per ora Netanyahu continua a non commentare pubblicamente l’intesa. Tuttavia, una fonte a lui vicina ha riferito che il governo israeliano sta portando avanti “colloqui tenaci” con gli Stati Uniti e contemporaneamente “negoziazioni difficili” sul futuro della presenza militare israeliana in Libano, con l’obiettivo di mantenere il dispiegamento delle truppe nel sud del Paese.