WASHIGNTON - Il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran non rappresenta ancora un accordo definitivo, ma definisce una cornice politica e operativa destinata a produrre effetti immediati su alcuni dei dossier più urgenti della crisi: dalla cessazione delle ostilità alla riapertura dello Stretto di Hormuz, dal blocco navale alle esportazioni petrolifere iraniane, fino allo sblocco di parte delle risorse finanziarie di Teheran.
Le questioni più controverse (il programma nucleare, il regime delle sanzioni, i meccanismi di verifica e l’architettura della sicurezza regionale) vengono invece rinviate a una successiva fase negoziale.
La caratteristica centrale del documento è proprio questa doppia natura: da un lato introduce misure che entrano in vigore subito o entro 30 giorni, dall’altro apre una finestra negoziale di 60 giorni, prorogabile soltanto con il consenso di entrambe le parti, entro la quale dovrà essere raggiunto un accordo finale.
Il primo impegno riguarda la cessazione “immediata e permanente” delle operazioni militari “su tutti i fronti”, compreso il Libano. Un riferimento tutt’altro che marginale.
L’inclusione del Paese dei Cedri collega, infatti, direttamente l’intesa tra Washington e Teheran al dossier Hezbollah e alle operazioni israeliane nel sud del Libano. Per l’Iran significa estendere la tregua a uno dei principali fronti della propria rete regionale di alleanze; per gli Stati Uniti rappresenta invece un tentativo di evitare che eventuali nuove operazioni israeliane possano compromettere l’intero impianto dell’accordo.
Il testo stabilisce inoltre che Washington e Teheran si astengano dall’avviare guerre o operazioni militari reciproche, dal minacciare l’uso della forza e si impegnino a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altra parte. Lo stesso principio viene rafforzato dalla clausola che vieta qualsiasi interferenza negli affari interni reciproci.
Una disposizione apparentemente ordinaria ma politicamente delicata: per la leadership iraniana costituisce una garanzia contro pressioni esterne sul sistema politico della Repubblica islamica, mentre per gli oppositori del regime potrebbe essere interpretata come un segnale di minore sostegno statunitense alle proteste interne.
Il calendario negoziale previsto dal memorandum è particolarmente ambizioso. Stati Uniti e Iran si impegnano infatti a raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, un termine relativamente breve se si considera che il documento lascia aperte tutte le questioni più complesse.
In questo arco temporale dovranno essere definiti il futuro del programma nucleare iraniano, il percorso di revoca delle sanzioni, le modalità di verifica degli impegni e le garanzie di attuazione.
Tra le misure immediate figura la graduale rimozione del blocco navale statunitense. Washington si impegna ad avviarne subito lo smantellamento e a completarlo entro 30 giorni, ponendo fine anche a qualsiasi forma di “disturbo o impedimento” nei confronti dell’Iran. Nello stesso periodo dovrà essere ripristinato il traffico commerciale verso i porti iraniani, in proporzione alla riapertura della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Una volta raggiunto l’accordo finale, gli Stati Uniti dovranno inoltre ritirare le proprie forze dalla “prossimità” dell’Iran entro altri 30 giorni. Si tratta di una delle concessioni più significative ottenute da Teheran, che vede alleggerirsi rapidamente la pressione militare e marittima prima ancora che siano risolti i nodi del dossier nucleare.
Grande rilievo assume anche la questione dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota rilevante del commercio energetico mondiale. L’Iran si impegna a fare “i migliori sforzi” per garantire la sicurezza della navigazione tra il Golfo Persico e il Mare di Oman.
La ripresa del traffico dovrà essere immediata, anche se il completo ritorno alla normalità potrebbe richiedere fino a 30 giorni per consentire la rimozione di ostacoli tecnici e militari e il completamento delle operazioni di sminamento. Per i primi 60 giorni il transito sarà gratuito.
Proprio questa clausola contiene uno degli aspetti più controversi dell’intesa. Il documento non chiarisce infatti cosa accadrà allo scadere del periodo iniziale. Al contrario, prevede che Teheran avvii consultazioni con l’Oman e con gli altri Stati rivieraschi del Golfo per definire il futuro assetto amministrativo dello Stretto e dei servizi marittimi collegati. La formulazione lascia aperta la possibilità che in futuro emergano nuove forme di regolazione, comprese eventuali tariffe o meccanismi di controllo più incisivi da parte iraniana.
Sul fronte economico, il memorandum prevede l’elaborazione di un piano di ricostruzione e sviluppo dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari. Il compito di definirlo viene affidato agli Stati Uniti e ai partner regionali, attraverso licenze, deroghe e autorizzazioni finanziarie che dovranno essere concesse da Washington.
La Casa Bianca ha tuttavia precisato che gli Stati Uniti non saranno obbligati a contribuire direttamente ai finanziamenti, lasciando spazio soprattutto a investimenti provenienti dai Paesi del Golfo.
La questione delle sanzioni resta uno dei principali nodi aperti. Il documento riconosce il principio della loro completa eliminazione, comprese quelle collegate alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, alle decisioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e alle misure unilaterali statunitensi, sia primarie sia secondarie. Tuttavia, non viene indicato alcun calendario preciso: tempi e modalità della revoca saranno definiti soltanto nell’accordo finale.
Il capitolo nucleare costituisce il cuore dell’intesa ma, al tempo stesso, la sua parte più indeterminata. L’Iran riafferma il proprio impegno a non acquisire né sviluppare armi nucleari e accetta di discutere un meccanismo per la gestione del materiale arricchito già accumulato. Il testo indica come soglia minima il down-blending sotto supervisione dell’Aiea, ovvero la diluizione dell’uranio arricchito direttamente sul territorio iraniano. Non viene però imposto il trasferimento delle scorte all’estero, differenza significativa rispetto a precedenti accordi.
Restano inoltre senza risposta le questioni fondamentali: se e in quale misura l’Iran potrà continuare ad arricchire uranio, quali livelli saranno consentiti, quali centrifughe potranno essere utilizzate, in quali impianti e sotto quale regime di ispezioni internazionali. Il memorandum afferma il principio del divieto dell’arma nucleare, ma rinvia tutti gli aspetti tecnici alla fase negoziale successiva.
Nel frattempo, viene congelata la situazione esistente. Teheran manterrà invariato il proprio programma nucleare, mentre Washington si impegna a non imporre nuove sanzioni e a non dispiegare ulteriori forze militari nella regione. La clausola mira a stabilizzare il quadro durante i negoziati, impedendo a entrambe le parti di rafforzare la propria posizione attraverso nuove pressioni militari, economiche o nucleari.
Tra i benefici immediati per l’Iran figura anche la possibilità di riprendere le esportazioni energetiche. Fino alla revoca definitiva delle sanzioni, il Dipartimento del Tesoro statunitense dovrà concedere deroghe per l’esportazione di petrolio greggio, prodotti raffinati e derivati, oltre ai servizi collegati come operazioni bancarie, assicurazioni, trasporti e assistenza commerciale. Una misura che consente a Teheran di recuperare rapidamente importanti flussi di entrate.
Analoga importanza riveste il capitolo dedicato ai fondi e agli asset iraniani congelati all’estero. Gli Stati Uniti si impegnano a renderli disponibili fin dall’attuazione del memorandum, secondo modalità che saranno definite durante i negoziati. Le risorse potranno essere utilizzate per effettuare pagamenti a beneficiari indicati dalla Banca centrale iraniana, garantendo così un immediato alleggerimento delle restrizioni finanziarie.
La parte finale del documento delinea infine l’architettura istituzionale dell’intesa. Stati Uniti e Iran dovranno creare un meccanismo di monitoraggio incaricato di verificare il rispetto degli impegni assunti e di supervisionare l’attuazione del futuro accordo definitivo. Una volta avviata l’applicazione delle misure principali, partiranno i negoziati sul testo finale, che dovrà affrontare tutti i nodi ancora aperti.
L’ultimo passaggio previsto è l’approvazione dell’intesa attraverso una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiamata a conferirle piena legittimità internazionale.