BRUXELLES - Se al G7 di Evian Donald Trump ha cercato di accreditarsi come il leader capace di favorire il dialogo e aprire nuovi spazi negoziali nelle crisi internazionali, il giorno successivo a Bruxelles il suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha adottato toni decisamente più duri. 

Intervenendo alla riunione dei ministri della Difesa della Nato, Hegseth ha pronunciato un discorso che è apparso meno come una dichiarazione programmatica e più come un atto d’accusa nei confronti degli alleati europei. Nel mirino sono finiti anni di dipendenza dalla protezione militare statunitense, la trasformazione dell’Alleanza in una “tigre di carta” e in una “strada a senso unico” e, soprattutto, la mancanza di sostegno concreto offerto a Washington durante il recente confronto con l’Iran. 

Al centro dell’intervento vi è stata la visione della cosiddetta “Nato 3.0”, presentata come un ritorno alle origini dell’Alleanza Atlantica. Secondo Hegseth, si tratterebbe di “una vera alleanza militare, concentrata sul potere duro e sulla deterrenza reale”. 

Il modello di riferimento è quello che il capo del Pentagono definisce “Nato 1.0”, l’organizzazione che “vinse la Guerra fredda” e nella quale gli alleati europei erano chiamati a svolgere un ruolo centrale nella difesa convenzionale del continente. “L’Europa non doveva essere dipendente dagli Stati uniti”, ha scandito Hegseth, evocando figure come Dwight Eisenhower, Winston Churchill, Charles de Gaulle e Konrad Adenauer. ” L’Europa doveva essere una potenza militare alleata con gli Stati Uniti, una potenza forte. Questa è l’essenza della Nato 1.0”. 

Da questa premessa è derivata una dura critica alla fase successiva alla Guerra fredda. Nella lettura del segretario alla Difesa, la “Nato 2.0” avrebbe progressivamente perso di vista la propria missione principale. “Non più concentrata sulla difesa dell’Europa, la Nato 2.0 si è spostata verso operazioni fuori area e cose che non avevano nulla a che fare con la capacità di combattere”, ha affermato. “Invece di carri armati, caccia e difese aeree, l’attenzione è andata all’equità di genere, al cambiamento climatico e all’austerità nelle spese per la difesa”, ha continuato Hegseth.  

Parallelamente, il segretario alla Difesa Usa ha accusato gli Stati europei di aver ampliato il welfare e aperto le frontiere a scapito degli investimenti militari. “La Nato ha perso la strada”, ha dichiarato. “La Nato 2.0 è stata un’era di distrazione, deindustrializzazione e smilitarizzazione. È stata un’era di free-riding. E quelli sono anni perduti ai quali non torneremo”. 

I toni si sono fatti ancora più severi quando il segretario alla Difesa ha affrontato il tema della guerra con l’Iran e delle richieste avanzate dagli Stati Uniti per utilizzare basi, porti e spazi aerei europei nelle operazioni in Medio Oriente. Pur senza citare esplicitamente alcun Paese, il riferimento politico coinvolge anche alleati di primo piano come Italia, Spagna e Francia, che durante il conflitto avevano posto condizioni o espresso riserve sull’utilizzo delle proprie infrastrutture. 

Secondo Hegseth, quei bersagli iraniani “minacciavano gli interessi europei anche più direttamente di quanto minacciassero noi”. Tuttavia, ha denunciato, “troppi dei nostri alleati hanno detto no, oppure hanno cercato di annegarci in arcani dibattiti legali, o ci hanno criticato pubblicamente per avere fatto ciò che loro non sono preparati o capaci di fare”. Il giudizio è stato netto: “È stato vergognoso”.  

A suo avviso, alcuni alleati “hanno messo a rischio i figli e le figlie degli Usa, i nostri figli e le nostre figlie”, negando l’accesso a basi e sorvoli che per Washington “non avrebbero mai dovuto essere messi in discussione”. In alcuni casi, ha aggiunto, gli Stati Uniti sono stati costretti a trasferire risorse militari “da un Paese all’altro” e perfino “fuori da Paesi alleati della Nato”. Da qui la conclusione: “Non c’è alcuna scusa per questo”. 

Le critiche si sono poi intrecciate con il tema del cosiddetto free-riding. Nella visione di Hegseth, il nuovo modello dell’Alleanza non può più tollerare “passeggeri clandestini”. Alcuni governi europei, ha riconosciuto, hanno già recepito il messaggio dell’amministrazione Trump e stanno aumentando le spese militari per raggiungere l’obiettivo del 5% del Pil concordato al vertice dell’Aia. 

“Alcuni dei nostri alleati hanno capito il messaggio e si sono mossi”, ha detto. “Sapete chi siete e ve ne siamo molto grati”. Per altri, invece, il percorso sarebbe ancora insufficiente. “Troppi discorsi”, ha attaccato, puntando il dito contro “alcune delle maggiori economie della Nato” e “alcuni dei Paesi più ricchi”, che parlano di ordine internazionale basato sulle regole e di cooperazione tra potenze medie, ma che “sembrano ancora pensare che l’era del free-riding sia qui”. 

Le parole del segretario alla Difesa si sono tradotte anche in un annuncio concreto: l’avvio di una revisione della postura militare statunitense in Europa. Il processo, che dovrebbe durare sei mesi o anche meno, sarà condotto dal Dipartimento della Difesa con il coinvolgimento del Comando europeo degli Stati Uniti, del Congresso e degli alleati. “Chiamiamola la revisione Nato 3.0”, ha detto. Ma ha subito precisato che non si tratterà di un esercizio burocratico. “Non fate errori: sarà una revisione reale”. 

L’obiettivo dichiarato è accompagnare l’Alleanza verso un modello in cui l’Europa “guida” e assume “la responsabilità primaria della difesa dell’Europa”, mentre la presenza militare statunitense verrà organizzata in funzione delle priorità globali di Washington. 

Non si tratta soltanto di numeri o di contingenti militari. Hegseth ha indicato tre parametri fondamentali sui quali verranno valutati gli alleati: spesa, capacità e accesso. I Paesi membri dovranno aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa, colmare le lacune lasciate dalla riduzione del contributo statunitense e garantire la disponibilità di basi, porti, infrastrutture e spazi aerei quando richiesto dagli Stati Uniti. 

La revisione, ha avvertito, presterà particolare attenzione ai Paesi che “dicono no, o forse, o aspettiamo e vediamo quando è meglio”. Alcuni, ha aggiunto, “falliranno” mentre altri “passeranno a pieni voti”. 

Il segretario alla Difesa ha infine collegato direttamente il livello dell’impegno Usa nella Nato al comportamento degli alleati: “D’ora in avanti, i nostri contributi annuali alla Nato saranno condizionati al fatto che gli altri Paesi raggiungano i loro obiettivi di spesa per la difesa”, ha dichiarato. “Dove gli altri alleati non spenderanno con urgenza, i nostri contributi scenderanno”. Il principio politico che guida questa impostazione è stato sintetizzato in una frase: “La Nato sarà una strada a doppio senso”. 

Sebbene Hegseth abbia presentato il suo intervento come un messaggio costruttivo e orientato al rafforzamento dell’Alleanza, il contenuto ha assunto i contorni di un vero e proprio ultimatum politico. Secondo Washington, non vi sarebbero “sorprese strategiche” nella nuova linea statunitense, già delineata nei primi interventi del segretario davanti alla Nato nel febbraio 2025 e coerente con l’impostazione di Trump. “L’Europa può e deve assumere la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale”, ha concluso, “come ha promesso al vertice dell’Aia”. 

La Nato 3.0 viene così presentata dagli Stati Uniti come un progetto di rilancio dell’Alleanza. Ma, al tempo stesso, contiene un messaggio inequivocabile agli alleati europei: chi non si adeguerà ai nuovi standard richiesti da Washington rischia di vedere ridursi la protezione, la presenza militare e la fiducia degli Stati Uniti.