MOSCA - Piove petrolio su Mosca dopo quello che appare come uno dei più massicci attacchi aerei ucraini dall’inizio dell’anno. Nelle prime ore della mattina, un’ondata di droni lanciati da Kiev ha colpito la principale raffineria della capitale russa, provocando vasti incendi e una densa nube di fumo visibile in diverse zone della città. 

I residenti del quartiere di Zheleznodorozhny, nella cintura sud-orientale di Mosca, hanno denunciato una vera e propria “pioggia di petrolio”, seguita al raid contro la raffineria di Gazprom Neft, situata a circa 15 chilometri dal centro della capitale. L’impianto era già stato preso di mira tre giorni fa e risultava fermo da martedì proprio a causa dei danni subiti nel precedente attacco. 

Secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, si è trattato di un attacco “massiccio”. Le difese aeree russe hanno intercettato quasi 200 droni diretti verso la capitale, superando ampiamente il precedente record registrato a marzo, quando erano stati abbattuti 74 velivoli senza pilota. 

I numeri diffusi successivamente dalle autorità russe indicano una portata ancora più ampia dell’operazione. Secondo i calcoli dell’agenzia Tass, nelle ultime ore sono stati abbattuti complessivamente 555 droni nei cieli della Federazione Russa, oltre 190 dei quali nella sola regione di Mosca. 

L’attacco è avvenuto mentre il presidente Vladimir Putin si trovava a Kazan per partecipare al vertice Russia-Asean. Si tratta della prima visita del leader del Cremlino in una città diversa da Mosca o San Pietroburgo dopo sette mesi. In seguito al raid, sono state introdotte limitazioni temporanee al traffico aereo anche nella città tatara. 

Le immagini diffuse sui social network mostrano colonne di fumo nero e numerosi incendi all’interno della raffineria Mnpz, uno degli impianti energetici più importanti del Paese. La struttura, situata a soli 15 chilometri dal Cremlino, produce circa tre quarti della benzina consumata nell’Oblast di Mosca e, con una capacità di lavorazione superiore ai 12 milioni di tonnellate di greggio all’anno, rappresenta anche un elemento strategico per l’apparato industriale e militare russo. 

In diversi quartieri della capitale i residenti hanno segnalato conseguenze dirette dell’incendio. Foto e video pubblicati online mostrano una patina nera depositata su automobili, finestre e altre superfici dopo una pioggia mescolata ai sottoprodotti della combustione del petrolio. A Lyubertsy, nella periferia sud-orientale della città, numerosi abitanti hanno riferito di un forte odore di bruciato. 

Le autorità locali hanno però cercato di rassicurare la popolazione. L’agenzia di monitoraggio ambientale Mosekomonitoring ha dichiarato che a mezzogiorno non erano state rilevate concentrazioni di sostanze inquinanti superiori ai limiti consentiti. Anche il ministero dell’Ecologia e delle Risorse naturali della regione di Mosca ha negato che vi sia stata una vera e propria “pioggia di petrolio”, pur riconoscendo che a Balashikha sono stati osservati residui della combustione sotto forma di fuliggine. 

Nonostante l’elevato numero di droni intercettati, le autorità non hanno inviato sms o altri sistemi di allerta preventiva alla popolazione. Secondo il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobyov, almeno 17 persone sono rimaste ferite, tra cui due bambini. 

L’attacco ha avuto ripercussioni significative anche sul traffico aereo. I quattro aeroporti che servono la capitale sono stati costretti a sospendere le operazioni per ben tre volte dalla serata precedente. Lo scalo di Sheremetyevo è stato evacuato verso un “posto sicuro”, mentre oltre 170 voli sono stati cancellati. Le attività aeroportuali sono successivamente riprese. 

L’offensiva contro Mosca si inserisce nella crescente strategia ucraina di colpire infrastrutture strategiche in profondità nel territorio russo. Di fronte alle difficoltà nel reperire nuove forze da impiegare al fronte, Kiev punta sempre più sui droni a lungo raggio per danneggiare obiettivi energetici, logistici e militari. 

Oltre alla raffineria della capitale, nelle ultime ore sono stati colpiti anche un ponte ferroviario sul Canale della Crimea Settentrionale e un deposito petrolifero nella regione di Rostov. In quest’ultima area il raid ha provocato la morte di una persona. Un altro civile russo è rimasto ucciso nella regione di Belgorod. 

La maggior parte della ventina di feriti registrati complessivamente sul territorio russo si concentra proprio nell’area di Mosca. A loro si è rivolto il ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, che su X ha invitato i cittadini russi a chiedere al presidente Vladimir Putin “quando intende interrompere la guerra di aggressione”. 

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivendicato la linea della pressione militare su Mosca. “Se l’Ucraina brucia, brucerà anche la vostra Mosca”, ha dichiarato in un messaggio vocale inviato ai giornalisti tramite WhatsApp, secondo quanto riportato dal Guardian citando Reuters. 

“Non vogliamo questa guerra, non l’abbiamo mai voluta, e tutti lo sanno, e lo sanno anche i nostri partner”, ha aggiunto il leader ucraino, tornando a sollecitare Europa e Stati Uniti ad aumentare la pressione economica sulla Russia attraverso nuove sanzioni contro i settori della difesa, dell’energia e contro l’economia russa nel suo complesso. 

Sul piano diplomatico, tuttavia, non emergono segnali di una svolta imminente. “Tutto ciò non avvicina in alcun modo” un possibile incontro tra Zelensky e Putin, ha osservato il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov in un’intervista all’emittente Vesti. 

Lo stesso Ushakov ha inoltre annunciato che gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner dovrebbero recarsi “presto” in Russia una volta conclusi gli impegni negoziali legati al dossier iraniano. Si tratta però di una visita che viene annunciata da settimane senza che siano finora emersi sviluppi concreti. 

Lo stesso consigliere del Cremlino ha riconosciuto che la crisi tra Stati Uniti e Iran ha finito per distogliere l’attenzione di Washington dal conflitto in Ucraina, mentre sul terreno la guerra continua a essere combattuta sempre più spesso anche a centinaia di chilometri dal fronte.