NEW YORK - Le loro canzoni non chiedevano di essere ascoltate. Chiedevano di essere vissute. Bastavano poche battute, un ritornello impossibile da dimenticare e una pista da ballo, vera o immaginaria, si riempiva all’istante. C’erano le braccia che disegnavano quattro lettere nell’aria, il sorriso di chi si riconosceva in un rito collettivo, la sensazione che, almeno per qualche minuto, il mondo potesse essere un posto più leggero. È questo il privilegio riservato a pochissimi artisti: smettere di appartenere a sé stessi per diventare parte della memoria degli altri.

Con la morte di Victor Willis, volto e voce dei Village People, scomparso alla vigilia del suo 75° compleanno dopo una breve e aggressiva malattia, se ne va la voce che più di ogni altra raccontò il volto sorridente della disco music. Ma soprattutto se ne va l’interprete che trasformò un’intuizione audace, quasi provocatoria, in uno dei fenomeni più popolari della cultura contemporanea.

Quando nel 1977 il produttore francese Jacques Morali immaginò i Village People, nessuno avrebbe scommesso che sei figure prese in prestito dall’immaginario americano (il poliziotto, il cowboy, il marinaio, l’operaio, il motociclista, l’indiano) sarebbero diventate un linguaggio universale. Nati come gioco, come ironia, come rappresentazione colorata della cultura gay newyorkese, finirono per conquistare il pianeta. E al centro di quel progetto c’era Willis: l’unico capace di dare credibilità vocale a un’operazione che rischiava di restare soltanto un travestimento.

Nato a Dallas il 1° luglio 1951, cresciuto tra il Texas e la California, Willis aveva imparato a cantare nel coro della chiesa del padre, predicatore battista. Prima ancora del successo c’erano stati il gospel, il teatro musicale, Broadway e The Wiz, dove affinò quella presenza scenica destinata a diventare il suo marchio. Poi arrivò la disco, nel momento esatto in cui sembrava poter cambiare il mondo.

La sua voce, profonda e potente, divenne il cuore pulsante di Y.M.C.A., Macho Man, In the Navy, Go West. Brani che raccontavano la voglia di divertirsi senza chiedere permesso, ma che sotto la superficie scintillante custodivano un pezzo importante della storia culturale americana. I Village People riuscirono in un’impresa rarissima: essere contemporaneamente un fenomeno commerciale, un simbolo di liberazione, una parodia degli stereotipi maschili e una macchina perfetta per produrre hit. Ognuno ci vedeva quello che voleva vedere. Ed era forse proprio questo il loro segreto.

Come spesso accade alle icone degli anni ‘70, il successo ebbe un prezzo. Willis lasciò il gruppo nel 1980, mentre le dipendenze e gli eccessi divoravano una carriera che sembrava inarrestabile. Seguirono arresti, ricoveri, un lungo silenzio. Ma la sua non fu una parabola destinata soltanto alla nostalgia. Riuscì a liberarsi dalla droga, a ricostruire la propria vita e a vincere una battaglia destinata a fare scuola nell’industria musicale: riottenere i diritti sulle canzoni che aveva scritto. Non era soltanto una questione economica. Era il riconoscimento della sua identità d’autore, troppo spesso oscurata dall’immagine folcloristica del gruppo.

Negli ultimi anni era tornato sul palco come unico membro originario dei Village People, osservando con un misto di stupore e orgoglio la seconda, la terza, forse la quarta vita delle sue canzoni. Y.M.C.A. non aveva mai smesso di essere cantata. Dagli stadi alle feste di matrimonio, dai campus universitari ai social network, ogni generazione sembrava adottarla come se fosse appena nata. Persino le polemiche sul suo significato, in particolare dopo il suo utilizzo nei comizi di Donald Trump, finirono per confermare quanto quella canzone fosse ormai entrata nell’immaginario collettivo, ben oltre le intenzioni di chi l’aveva scritta.

La storia della disco è stata raccontata spesso come una stagione effimera: un’esplosione di lustrini, eccessi e notti senza domani. Willis dimostra il contrario. Perché la vera misura di una canzone non è il posto che occupa nelle classifiche, ma quello che riesce a conquistare nella vita delle persone. E poche hanno accompagnato così tanti momenti di felicità condivisa come quelle nate dalla sua voce.

Forse è questo il destino più raro per un musicista. Essere ricordato non nel silenzio di un museo, ma nel rumore di una festa. Non nella malinconia di un anniversario, ma nell’istante in cui qualcuno, ovunque nel mondo, sentirà partire quelle prime note e, senza pensarci, alzerà le braccia al cielo. In quel gesto antico e sempre nuovo continuerà a vivere Victor Willis. Perché ci sono artisti che scrivono canzoni. E altri che finiscono per scrivere ricordi.