WASHINGTON - A venticinque anni dall’11 settembre 2001, quando due aerei di linea dirottati si schiantarono contro le Torri Gemelle provocando la morte di circa 3.000 persone e trasformando per sempre le dinamiche geopolitiche globali, la rete terroristica di Al-Qaeda ha dovuto riorganizzarsi profondamente per garantire la propria sopravvivenza.

Se all’epoca l’organizzazione fondata alla fine degli anni ‘80 disponeva di un rifugio sicuro in Afghanistan sotto la protezione dei talebani e di una struttura centralizzata guidata da Osama bin Laden, il panorama attuale appare radicalmente mutato. 

“L’Al-Qaeda che ha compiuto gli attentati dell’11 settembre non esiste più in quella forma”, premessa su cui concordano gli analisti. Come spiega Suwaid al-Abkal, esperto di terrorismo e radicalizzazione, “la versione sopravvissuta è stata costretta a diventare qualcosa di molto più frammentato: un centro indebolito circondato da organizzazioni regionali sempre più radicate nei rispettivi conflitti locali”.  

Questo decentramento non è stato il frutto di una pianificazione strategica a lungo termine, bensì la diretta conseguenza dei colpi subiti dopo l’attacco al cuore degli Stati Uniti: l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001, unita all’eliminazione e alla dispersione dei suoi quadri dirigenti, ha imposto una drastica riduzione degli attacchi diretti in Occidente.

“Ciò l’ha resa più difficile da distruggere, ma la sopravvivenza ha avuto un prezzo: la perdita di controllo”, evidenzia al-Abkal, ricordando come proprio dalla branca irachena dell’organizzazione sia poi nato, nel 2014, lo Stato Islamico. 

Mentre Al-Qaeda manteneva un’impronta più elitaria nell’ambito del salafismo-jihadista, puntando all’impatto mediatico di attentati eclatanti all’estero, l’Isis ha conquistato visibilità attraverso una propaganda aggressiva, una brutalità ostentata e il controllo territoriale tra Iraq e Siria.

Per resistere, Al-Qaeda si è trasformata in “una rete con diverse ramificazioni”, osserva Sergio Altuna, ricercatore senior del Program on Extremism della George Washington University, un passaggio che ha reso l’organizzazione “più pragmatica, calcolatrice e paziente”. 

Oggi la rete si articola in diverse sigle operative diffuse a livello globale. Tra queste figurano Al-Shabaab, attiva in Somalia e nel Corno d’Africa, e il Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), operativo in Mali e nella regione del Sahel. A esse si affiancano Aqap (Al-Qaeda nella Penisola Arabica), radicata principalmente in Yemen, e Aqis (Al-Qaeda nel Subcontinente Indiano), presente in varie aree dell’Asia meridionale tra cui Pakistan, India, Afghanistan e Bangladesh. 

Nonostante la morte dei suoi leader storici (il fondatore Osama bin Laden e il suo successore Ayman al-Zawahiri, uccisi dagli Stati Uniti rispettivamente nel 2011 e nel 2022), il gruppo ha mantenuto la propria continuità ideologica. Entrambi avevano privilegiato la dottrina e la spettacolarità degli atti, mentre l’attuale guida, Saif al-Adel, rappresenta una figura più discreta e proiettata sulla gestione di lungo periodo. 

Secondo Altuna, sebbene i metodi si siano adattati al contesto, le finalità ultime restano inalterate. Ciò ha reso Al-Qaeda un soggetto “capace di stringere legami con organizzazioni e altri soggetti che non ne condividono necessariamente l’ideologia”, ma con i quali sussiste un “nemico condiviso”. 

La minaccia principale risiede nella capacità dell’organizzazione di integrarsi nelle dinamiche locali del Sahel o dello Yemen, dove le singole ramificazioni godono di un’ampia autonomia e cercano di edificare consenso con le popolazioni residenti. 

In diverse regioni africane, la presenza del gruppo si manifesta attraverso un controllo istituzionale de facto: formazioni come il Jnim o Al-Shabaab non si limitano più ad attaccare strutture statali fragili, ma competono direttamente con esse per l’esercizio dell’autorità, imponendo blocchi stradali, dazi sulle attività economiche, regolamentazioni degli spostamenti ed erogazione di servizi giudiziari.