WASHIGNTON - Si riapre in maniera drammatica negli Stati Uniti il dibattito sulla pena di morte e sull’ottavo emendamento della Costituzione statunitense, che vieta le punizioni “crudeli e inusitate”. Christa Pike, 50 anni, l’unica donna condannata a morte nel Tennessee, è sopravvissuta a ben due dosi letali di pentobarbital somministrate durante la sua esecuzione presso il penitenziario di massima sicurezza di Riverbend, a Nashville. Dopo il tentativo fallito, la donna è stata trasferita in una struttura medica per ricevere le cure, mentre i suoi legali hanno immediatamente presentato un’istanza d’urgenza per bloccare definitivamente l’esecuzione.
Il Dipartimento penitenziario del Tennessee ha confermato la sopravvivenza della detenuta. I testimoni presenti, tra cui diversi giornalisti statunitensi, hanno descritto una procedura eccezionalmente lunga, protrattasi dalle 19:00 alle 20:56 ora locale. Dopo l’inizio della somministrazione del farmaco, Pike è rimasta sveglia, arrivando a parlare e cantare con la sua guida spirituale; successivamente alla prima dose, ha continuato a muoversi e a respirare in modo udibile.
Giorgio Sesti, docente di Medicina interna all’Università Sapienza di Roma, ha commentato che la vicenda si configura come una “tortura”, avanzando tre spiegazioni medico-scientifiche per l’accaduto: “In molti Stati Usa dove è prevista la pena di morte si utilizza il pentobarbital a dosi tossiche letali. Se in questo caso non ha prodotto il tragico risultato è perché, come prima ipotesi, non è stata somministrata la quantità adeguata del farmaco. Altra possibilità è una somministrazione inadeguata, nel senso che chi ha fatto l’iniezione magari aveva difficoltà a un accesso; quindi, si può pensare che la sostanza sia andata fuori vena, perdendo efficacia. La terza ipotesi riguarda la gestione del farmaco, sia che fosse degradato, scaduto, oppure mal conservato. Quindi probabilmente c’è stata una sottovalutazione, per non dire negligenza”.
Sesti ha paragonato la condizione vissuta dalla donna a quella che si verifica nei casi di tentativo di suicidio per intossicazione da barbiturici, caratterizzata da torpore, sopore e perdita di coscienza fino al coma, sottolineando che la procedura avrebbe dovuto “evitare agonie o sofferenze” e che invece “ha creato una sofferenza maggiore che sconfina nella tortura vera e propria”.
Il dramma dell’esecuzione arriva al termine di un tiratissimo braccio di ferro legale. Soltanto nella giornata di ieri, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva autorizzato l’esecuzione annullando la sospensione emessa all’ultimo minuto dalla Corte d’Appello (con un voto di 2 a 1). I giudici d’appello avevano ritenuto necessario un rinvio per accertare se le accuse relative alle atrocità e abusi sessuali subiti da Pike durante l’infanzia fossero state adeguatamente valutate in sede di condanna. L’interruzione dell’esecuzione era stata però immediatamente impugnata dal Procuratore Generale del Tennessee.
Nel ricorso inviato alla Corte Suprema, la procura aveva sostenuto che il blocco della procedura a poche ore dall’inizio traumatizzava la famiglia della vittima e finiva per premiare le “tattiche dilatorie abusive” messe in atto dalla difesa.
I fatti risalgono alla notte del 12 gennaio 1995. Christa Pike, allora diciottenne, e il suo fidanzato dell’epoca, il diciassettenne Tadaryl Shipp, picchiarono brutalmente e uccisero la loro compagna di classe diciannovenne Colleen Slemmer presso un centro di formazione professionale dell’Università del Tennessee, a Knoxville. Secondo l’accusa, Pike agì mossa dalla gelosia, convinta che la vittima volesse rubarle il fidanzato, e dimostrò un’accanita ferocia, arrivando a conservare un frammento del cranio di Slemmer.
Nel marzo del 1996, a vent’anni appena compiuti, Pike venne condannata alla pena capitale. Le immagini dell’epoca la ritraggono come una giovane donna dai capelli ramati raccolti che piange in silenzio mentre viene letta la sentenza. Da quel giorno ha trascorso trent’anni in isolamento nel braccio della morte.
Se per lo Stato del Tennessee la cinquantenne resta una spietata e fredda assassina responsabile di un crimine “così atroce che persino tenerla rinchiusa fino alla morte per cause naturali sarebbe una pena troppo clemente”, il suo team legale traccia un ritratto profondamente diverso. La figura di Pike richiama quasi le parole con cui John Steinbeck descrive Cathy Ames ne La Valle dell’Eden (“Credo che al mondo nascano mostri da genitori umani” ), sospesa tra la visione di chi la considera un demonio violento e chi, ascoltando la storia della sua infanzia, non può che provare pietà.
Nelle 226 pagine della richiesta di clemenza presentata dagli avvocati, la vicenda viene analizzata sotto un’altra luce. Il complice dell’omicidio, Tadaryl Shipp, era affascinato dal satanismo e fu lui ad incidere un pentagramma sul petto di Colleen Slemmer. Tuttavia, dato che all’epoca dei fatti aveva 17 anni, la legge del Tennessee ne impediva l’esecuzione: oggi sta scontando l’ergastolo (con una richiesta di libertà condizionale respinta nell’ottobre 2025). Se Pike fosse stata più giovane di soli 10 mesi, la legge avrebbe protetto anche lei dalla pena capitale.
Sandra Babcock, direttrice accademica del Cornell Center on the Death Penalty Worldwide, si occupa della difesa di Pike dal 2019. Dopo aver esaminato la documentazione di 48 detenute nei bracci della morte statunitensi, ha definito il suo caso unico. A rendere eccezionale la vicenda sono la gravità e la sistematicità delle violenze subite, oltre alla loro vicinanza temporale all’omicidio.
Gli abusi cominciarono quando Pike aveva appena due anni, per mano del compagno alcolista della nonna paterna. La vicenda emerse solo alle elementari, dopo che la bambina disegnò un grande pene e il volto di un demone. L’insegnante la condusse dal preside e dai genitori, ma non fu avviata alcuna indagine.
All’età di 11 anni, la ragazza fu violentata dal trentasettenne Claude Davis, un vicino pedofilo. La madre lo segnalò e i servizi di protezione dell’infanzia intervennero a seguito di un’infezione della giovane. Ciononostante, l’uomo si dichiarò colpevole di essersi preso “libertà indecenti” e ottenne la pena sospesa. Poté così tornare a vivere a pochi minuti a piedi dalla casa della vittima.
Infine, nel gennaio 1994, esattamente un anno prima dell’omicidio, la diciassettenne fu aggredita da uno sconosciuto. L’uomo la trascinò nel bosco e la violentò. Pike riuscì a fuggire colpendolo con una pietra. Nonostante i rilevamenti medici condotti in ospedale, l’aggressore non venne mai individuato. Nonostante tre diversi episodi di stupro fossero noti alle forze dell’ordine e alle autorità, la valutazione forense condotta da uno psicologo ha evidenziato come non sia stato fatto quasi nulla per aiutarla.
Tutti gli abusi fisici e sessuali sofferti da Pike vennero del tutto ignorati durante la fase dibattimentale del processo del 1996, quando la giuria era chiamata a scegliere tra l’ergastolo e la condanna a morte. L’avvocato difensore si era laureato solo quattro mesi prima e non aveva mai gestito un processo per omicidio.
Nella sua arringa finale, la difesa omesse di citare la giovanissima età di Pike e l’assenza di precedenti penali significativi, che costituivano entrambe circostanze attenuanti riconosciute dalla legge. Gli avvocati non menzionarono gli stupri subiti, né gli abusi commessi dalla prozia, che la costringeva per ore in vasche d’acqua fredda, o da uno dei suoi cinque patrigni, che la picchiava con una frusta di cuoio. Vennero inoltre taciuti la costante esposizione alla pornografia e i tre tentativi di suicidio compiuti durante l’infanzia, il primo dei quali a soli 12 anni.
Infine, la difesa non presentò alla giuria i gravi sintomi del disturbo bipolare di cui la ragazza soffriva fin dall’adolescenza (patologia riconosciuta e diagnosticata solo anni dopo il processo), contrassegnato da episodi iperattivi e maniacali che avrebbero potuto contribuire a spiegare l’esplosione di violenza contro Colleen Slemmer.
Questa vicenda si inserisce in un quadro legislativo profondamente contraddittorio. Nel maggio del 2024, il governatore del Tennessee ha approvato una legge che estende la pena di morte ai responsabili di violenza sessuale sui minori. La misura è stata fortemente difesa dai parlamentari locali con la motivazione che gli abusi infliggono alle giovani vittime danni psicologici, emotivi e fisici permanenti, pur trattandosi di una norma ritenuta incostituzionale rispetto agli orientamenti della Corte Suprema degli Stati Uniti. Una posizione che stride con l’operato dello Stato che oggi ha tentato di giustiziare una donna vittima di molteplici stupri subiti durante l’infanzia.