TEL AVIV - Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno pubblicato una risposta di 10 pagine al film “Naza”, respingendo con fermezza le accuse secondo cui Israele avrebbe ucciso intenzionalmente decine di migliaia di civili nella Striscia di Gaza avvalendosi dell’intelligenza artificiale.  

Nella nota diffusa dai media israeliani, l’esercito sostiene che il documentario “presenta un quadro distorto, fuorviante e ingannevole del processo di pianificazione e attacco delle Forze di Difesa Israeliane” e che la sua narrazione “si basa su errori fattuali sostanziali derivanti da rappresentazioni manipolative della realtà“. 

Il documento articolato si divide in due sezioni, la prima dedicata alle criticità generali di contenuti e produzione, la seconda all’analisi delle singole accuse, pur specificando di non esaurire la totalità delle affermazioni ritenute false o manipolate. 

Contrariamente a quanto mostrato nella pellicola, l’Idf ribadisce che le proprie direttive vincolanti “distinguono in modo esplicito, completo e chiaro tra militari e civili non coinvolti a Gaza”. Tali procedure “vietano di dirigere intenzionalmente attacchi contro i civili e richiedono di ridurre al minimo, nella misura del possibile, la possibilità di danni nei loro confronti”. 

L’esercito smentisce categoricamente di aver “mai pianificato, approvato o effettuato alcun attacco a Gaza in cui si prevedesse la morte di 500 civili o di un numero simile”, sottolineando come nessuno abbia “mai seriamente affermato che un attacco dell’Idf abbia causato morti di tale portata o di un numero simile”. 

Relativamente all’impiego di tecnologie avanzate per la selezione e l’approvazione dei bersagli, l’Idf precisa innanzitutto che “l’intelligenza artificiale non ha mai selezionato autonomamente gli obiettivi da colpire”, spiegando che l’identificazione spetta esclusivamente a ufficiali d’intelligence autorizzati, mentre la pianificazione e la decisione finale restano affidate a professionisti e comandanti operativi.  

Inoltre, i militari chiariscono che le direttive “non hanno mai concesso l’autorizzazione automatica per attacchi contro obiettivi che mettono a rischio un numero fisso di civili”, come la presunta soglia di 20 civili per un ufficiale di basso rango o 200 per un comandante di alto grado. Infine, riguardo a Lavender, presentato nel film come strumento di designazione dei bersagli, l’Idf specifica che non si tratti di “un database di obiettivi approvati per gli attacchi, ma di un database che assiste gli analisti dell’intelligence”. 

I militari negano inoltre che gli avvisi di evacuazione vengano usati come licenza per colpire indiscriminatamente: le norme “non consentono che un avviso di evacuazione per una determinata area venga interpretato come un’autorizzazione a effettuare attacchi in quella zona ignorando i civili che vi rimangono”. L’Idf sottolinea di non ignorare l’impatto delle operazioni e di aver condotto revisioni su centinaia di episodi per trarre insegnamenti operativi. 

Secondo l’esercito, il film soffre di gravi lacune metodologiche e di verifica delle fonti. Molti errori deriverebbero dalle testimonianze anonime di ex membri dei servizi segreti che “si riferiscono solitamente solo alle fasi iniziali e limitate dell’attività di intelligence, anziché al processo molto più ampio di pianificazione e approvazione degli attacchi”. I registi avrebbero infatti omesso le figure di consulenti legali, pianificatori per la mitigazione dei danni e comandanti decisori. 

Contrariamente alle prassi consolidate, gli autori non hanno sottoposto le proprie tesi all’esercito prima della pubblicazione né fornitone una copia dopo la proiezione (pur su richiesta dell’Idf), neppure offrendo dettagli per identificare i singoli episodi citati. Per analizzare l’opera, l’esercito si sarebbe quindi basato sul resoconto di un proprio rappresentante ad una proiezione pubblica e sulle dichiarazioni degli stessi autori. 

L’esercito evidenzia come il film ribalti la realtà a partire dal titolo stesso: “Naza” è l’acronimo ebraico di Nezek Agavi (“danno collaterale”), un termine tecnico impiegato da decenni dagli eserciti conformi al diritto internazionale per indicare i danni accidentali ai civili. Paradossalmente, lo sforzo impiegato nel calcolare preventivamente tali danni (obbligatorio per valutare la legalità dell’attacco o annullarlo) viene interpretato nella pellicola come prova di indifferenza verso le vite umane. 

Infine, l’Idf accusa i realizzatori di aver ricorso a un montaggio manipolativo e ad allusioni ad atrocità storiche per attribuire all’esercito, senza alcuna prova, intenzioni malevole. Secondo la risposta ufficiale, il film omette il contesto fondamentale del conflitto, a partire dalle esigenze di sicurezza d’Israele e dal massacro del 7 ottobre. Il documento sottolinea inoltre come la pellicola ignorerebbe sia la deliberata strategia di Hamas di integrarsi nella popolazione civile (indicata come causa primaria dei danni ai civili), sia le diverse misure adottate dall’Idf per mitigare tali impatti, tra cui l’invio di avvisi preventivi, la scelta calibrata delle munizioni e la facilitazione dell’afflusso di aiuti umanitari. 

L’esercito ha ribadito di rimanere aperto a critiche fondate e vincolate al diritto internazionale umanitario, prevedendo indagini interne, procedimenti disciplinari o inchieste penali in caso di presunte violazioni delle norme o degli ordini.