NEW YORK - Un presunto caso di violenza sessuale di gruppo all’interno di una confraternita della Cornell University sta riaprendo il dibattito sulla sicurezza nei campus statunitensi e sulla gestione delle denunce da parte delle autorità giudiziarie e degli atenei.
La vicenda risale al 19 ottobre 2024, quando una studentessa della Cornell University di Ithaca entrò nella sede della confraternita Chi Phi su invito di un membro. Quella che era iniziata come una festa si trasforma, secondo la ricostruzione della ragazza, in una lunga notte di alcol, ketamina e abusi, durante la quale nella stanza avrebbero fatto ingresso diversi altri giovani.
La studentessa (indicata dagli investigatori con il nome fittizio di Jane Doe, per proteggerne l’identità) sostiene di essere stata drogata e sottoposta per ore a violenze da parte di almeno sette membri della confraternita. La sua denuncia civile contro i sette studenti ha spinto il procuratore della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, a riaprire un’inchiesta penale che nel 2024 si era conclusa senza alcuna incriminazione.
In una dichiarazione giurata di sei pagine rilasciata alla polizia del campus il 15 novembre 2024, la giovane non aveva inizialmente impiegato la formula “stupro di gruppo”, parlando invece di “coercizione” e riferendo di aver avuto rapporti consensuali con due dei presenti. Nel medesimo verbale, tuttavia, la ragazza descriveva una serie di dinieghi ripetuti e un progressivo senso di impotenza di fronte agli eventi.
Quando un membro le propose un rapporto a quattro, lei si rifiutò; poco dopo, vedendo altri uomini entrare nella stanza, reagì disperata: “Sono rimasta immediatamente inorridita e ricordo di aver emesso un urlo e di essere corsa dall’altra parte della stanza, nascondendomi sotto le coperte di un altro letto”, aveva dichiarato agli agenti.
Sempre più alterata dalle sostanze assunte, la ragazza raccontò di aver persino ipotizzato che l’unico modo per interrompere la situazione fosse perdere i sensi: “Mi ero sentita estremamente a disagio per come stava andando quella notte, quindi ho pensato che, se avessi preso di nuovo ketamina, forse sarei svenuta”. E aggiunse: “Pensavo che, se fossi svenuta e questi uomini avessero fatto sesso con me, allora avrebbero potuto essere accusati di stupro”.
I giovani non si fermarono. “Ricordo che ero completamente disgustata, mi sentivo molto stanca e intossicata”, spiegò la studentessa, definendosi “intossicata come mai ero stata in vita mia”. Nel testo compare una frase fondamentale per gli sviluppi del caso: “Per me, quella era una forma di coercizione. Inoltre, a causa del mio stato di intossicazione, ritenevo che avrebbero dovuto rendersi conto di quanto fossi alterata, anche dal modo in cui biascicavo le parole”. La giovane ricordò anche un episodio in cui alcuni studenti le chiesero di sniffare ketamina dal suo corpo, ricevendo un “certo” da parte sua poiché ormai “estremamente stanca”.
La mattina seguente, mentre la studentessa ripercorreva i dettagli della notte precedente, nel campus si diffondeva già la voce di studenti che si vantavano di aver preso parte a un rapporto “a otto”. All’epoca, il procuratore Van Houten decise di non procedere penalmente, sostenendo che dal racconto emergessero elementi di consenso e che “quando lei aveva espresso preoccupazione, i ragazzi si erano fermati”.
La recente causa civile promossa da Doe ha però fatto emergere nuovi elementi, tra cui i messaggi scambiati su Snapchat dai membri della confraternita, in cui si parlava della presenza in casa di una ragazza priva di sensi e disponibile. Alla luce di questi dettagli, Van Houten ha riaperto le indagini definendo le accuse “moralmente inquietanti”, pur ribadendo che la deposizione iniziale non permetteva di configurare con chiarezza un reato.
L’intera vicenda ha travolto anche la Cornell University, già intervenuta sospendendo la sezione Chi Phi. La governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha chiesto un’indagine esterna sulla gestione della denuncia da parte dell’ateneo. Nessuno dei sette giovani risulta incriminato in sede penale.
Riguardo alle sanzioni disciplinari, la studentessa ha affermato che la dirigenza dell’università si era limitata a richiedere ai ragazzi “un elaborato per mitigare la loro posizione”. L’università ha respinto tale ricostruzione, precisando di aver adottato misure severe: due studenti sono stati espulsi, due sospesi per almeno due semestri, uno si era già laureato e due sono stati prosciolti da violazioni della condotta sessuale.