Le larghe vittorie elettorali hanno un difetto: possono convincere chi le ottiene che il consenso sia più solido di quanto non sia realmente. Anthony Albanese probabilmente l’ha sempre saputo, ma qualcuno nella sua squadra forse si era illuso che il secondo mandato sarebbe stato quello delle opportunità, del poter governare senza troppe preoccupazioni. La conquista di 94 seggi nelle elezioni del 2025, ma soprattutto lo schianto della Coalizione guidata da un Peter Dutton che non ha potuto far altro che uscire immediatamente di scena affidando ad altri la complicatissima ricostruzione di un partito in profonda crisi identitaria, aveva dato l’impressione che almeno un altro mandato fosse praticamente quasi certo, permettendo ai laburisti di poter programmare a media e lunga scadenza, senza i consueti limiti in fatto di coraggio e visione determinati dal ristretto ciclo elettorale di soli tre anni.
A distanza di circa un anno e mezzo, invece, quell'immagine di forza è incredibilmente sparita e molti, nelle fila del governo, stanno manifestando una crescente inquietudine: il bilancio dello scorso maggio è diventato terreno di scontro, il rapporto tra il primo ministro e il responsabile del Tesoro, Jim Chalmers, è sotto osservazione e One Nation non è più una minuscola realtà che appartiene soprattutto al Queensland e alle aree rurali del New South Wales e in scala minore del Western Australia, ma un terzo incomodo che presenta non poche incognite dal punto di vista strettamente elettorale, anche se alla fine sono i nazionali e i liberali che devono preoccuparsi un po’ di più.
Comunque la serenità in casa laburista non c’è più: la Coalizione rimane a debita distanza e One Nation non può essere considerata, nonostante i sondaggi registrino quasi un testa a testa nelle intenzioni di voto, una reale minaccia diretta, ma è indubbiamente un chiaro segnale del malcontento generale che si respira nel Paese.
Il problema di Albanese non è soltanto che il governo stia perdendo terreno. È che comincia a perdere il controllo della narrazione con cui aveva giustificato la propria azione: quella di un esecutivo competente, economicamente responsabile e capace di distribuire opportunità senza compromettere la stabilità di una nazione mai così confusa, delusa, divisa e demoralizzata.
Quando una maggioranza così ampia comincia a dubitare di sé stessa, la questione non riguarda più soltanto la disciplina parlamentare, riguarda la qualità delle decisioni e la credibilità e autorità dell’esecutivo. Il bilancio presentato lo scorso maggio avrebbe dovuto rappresentare un passaggio decisivo nella costruzione dell'eredità politica laburista. Ha invece esposto le difficoltà di un modello che cerca di conciliare ambizioni sociali, trasformazione energetica, sostegno ai redditi e disciplina finanziaria in un contesto economico meno favorevole del previsto.
L'inflazione persistente, i ripetuti aumenti dei tassi d'interesse, la crescita della disoccupazione e le difficoltà di accesso alla casa hanno ridotto lo spazio politico del governo. Le famiglie devono confrontarsi con costi quotidiani elevati (l’Australia, ha fatto rilevare l’ex ministro delle Finanze e ora riconfermato segretario generale dell’OECD, Mathias Cormann, è uno dei Paesi più cari del mondo in cui vivere), mentre le imprese chiedono maggiore chiarezza fiscale e normativa. In queste condizioni, la promessa di benefici futuri perde forza se non è accompagnata da miglioramenti riconoscibili nel presente.
Non basta quindi difendere le intenzioni delle politiche adottate. Occorre dimostrarne l'efficacia, misurarne i costi e correggerle quando i risultati divergono dagli obiettivi.
Le contestazioni sulle modifiche alla tassazione dei trust – con osservatori e opposizione che ormai ritengono alcune parti della riforma nascondere una specie di tassa di successione -, le difficoltà nel definire misure fiscali sostenibili e le successive retromarce hanno alimentato il dubbio che il governo abbia sottovalutato le conseguenze delle proprie decisioni. Il problema non è che una riforma incontri resistenze: fa parte del gioco, ma aggiustamenti in serie no, perché suggeriscono gravi carenze nella preparazione delle misure annunciate e, soprattutto, una insufficiente consultazione con le categorie interessate.
La distanza tra strategia politica ed esperienza sociale è, in questo preciso momento di grandi inquietudini internazionali, il punto più delicato da affrontare per il primo ministro e la causa di irritazione e preoccupazione che circola ora abbastanza liberamente all’interno di una squadra che sembra decisamente molto meno coesa e sicura di sé.
Per una famiglia che fatica a sostenere il mutuo, per un giovane che non riesce a entrare nel mercato immobiliare o per un piccolo imprenditore alle prese con costi crescenti di gestione, tabelle, statistiche e rassicurazioni non hanno alcun valore se non si traducono in una maggiore sicurezza. Le dichiarazioni sulla resilienza dell'economia e sulle opportunità del futuro possono essere corrette sul piano teorico, ma non sostituiscono la percezione concreta delle condizioni di vita.
Ed è questa distanza tra preventivi e realtà a rendere politicamente pericolosa la crisi attuale. Quando il governo insiste sulla validità del proprio programma senza riconoscere pienamente la frustrazione dei cittadini, il dibattito rischia di trasformarsi in un confronto tra due realtà: quella descritta da Albanese, Chalmers e un numero sempre più ristretto di colleghi, e quella sperimentata dalle famiglie.
Il tema della spesa pubblica è emblematico. Secondo l’ultimo sondaggio Newspoll, il 55% degli intervistati considera la riduzione della spesa governativa la principale priorità economica. Il dato è particolarmente significativo perché una quota consistente degli stessi elettori laburisti condivide questa preoccupazione.
Il governo deve quindi dimostrare che le risorse vengono utilizzate in modo efficace, che le priorità sono realistiche e che il costo delle riforme non ricade in maniera sproporzionata su particolari fasce della popolazione o gruppi specifici. Senza questa dimostrazione, anche misure concepite per finalità socialmente condivisibili rischiano di apparire come ulteriori oneri imposti a cittadini già sotto pressione.
La controversia sui pagamenti fiscali con carta di credito ha reso visibile una difficoltà che va oltre al provvedimento. Dopo le proteste delle piccole imprese contro la decisione dell'Australian Taxation Office, il governo ha sospeso il divieto per consentire ulteriori consultazioni.
La correzione avrebbe potuto dimostrare capacità di ascolto. È stata invece accompagnata da una disputa pubblica sulla gestione dell'intervento, dopo che Albanese ne ha rivendicato il merito, suscitando interrogativi sul ruolo di Chalmers.
Il ministro del Tesoro ha successivamente ricostruito una cronologia secondo cui il lavoro sulla questione era già in corso prima delle interlocuzioni richiamate dal primo ministro. Non è possibile dedurre da questo episodio, da solo, l'esistenza di una rottura politica tra i due, è però evidente un disallineamento al vertice che non aiuta l’immagine dell’esecutivo.
Il tentativo di ridurre il rimborso relativo all'assicurazione sanitaria privata per gli australiani più anziani, con un risparmio previsto di circa tre miliardi di dollari, ha evidenziato un altro limite strutturale. La proposta è stata respinta al Senato da Coalizione, Verdi e indipendenti, costringendo il governo ad un secondo tentativo. Ma le accuse di una presunta ostruzione tattica, in questa occasione non reggono per niente: non si tratta, infatti, di appoggiare o meno una misura di risparmio, ma richiamare una maggiore attenzione su una scelta che sembra dettata più da principi ideologici e strettamente politici che da un serio calcolo di necessità e conveninenza anche sul fronte dei bilanci della sanità. La credibilità di una riforma dipende tanto dal suo obiettivo quanto dalla qualità della sua progettazione e dalla chiarezza con cui viene presentata e in questo caso la bocciatura nel Senato non ha scandalizzato nessuno, a parte Mark Butler (ministro della Sanità) e Chalmers. Frenata quindi, mettendo in evidenza, una volta di più, un deterioramento del rapporto tra governo e cittadini che ha creato ampi vuoti da riempire e, dato che la Coalizione non sembra attrezzata per farlo, ecco spiegata la crescita di One Nation che rimane al secondo posto sulla classifica delle intenzioni di voto: sempre secondo i rilevamenti Newspoll, laburisti ora al 29%, One Nation al 28 e Coalizione al 20%.
Questi numeri non devono essere interpretati come una previsione automatica del risultato del 2028 specie contando sul fatto che, quando si comincerà a mettere davvero sul tavolo e a fuoco programmi, costi e idee, un bel po’ di soluzioni che soluzioni non sono si capiranno meglio e la protesta, targata Hanson, diventerà un po’ meno convinta. Lo sostiene Albanese che invita la sua squadra alla calma, mentre sta valutando qualche cambiamento, anche in un’ottica generazionale, all’interno dello schieramento laburista per riportare entusiasmo e positività. Ma il ricambio non può ridursi a una redistribuzione degli incarichi. Se le priorità economiche restano invariate, se le riforme continuano a essere presentate senza una valutazione sufficientemente rigorosa dei loro effetti e se il governo non recupera la capacità di ascoltare le imprese e le famiglie, la sostituzione di alcuni ministri produrrà solo qualche beneficio a breve termine. L’ampia vittoria del 2025 non deve ingannare: ha mostrato, infatti, soprattutto la debolezza della Coalizione (e poco è cambiato in questo caso), ma non ha dimostrato (dato che molti seggi sono arrivati via preferenze) che gli australiani avessero approvato ogni aspetto del modello economico laburista. Confondere le due cose è uno degli errori più rischiosi che Albanese possa commettere.