TIRANA - Non si placa la tensione in Albania, dove il settimo giorno consecutivo di mobilitazioni giovanili contro la classe politica è degenerato in una nuova ondata di violenti scontri con le forze dell’ordine nel centro della capitale.

Il primo ministro Edi Rama ha rinnovato l’invito al dialogo, ma continua a respingere le pressioni per le sue dimissioni, mentre la polizia albanese ha comunicato un bilancio di dieci agenti rimasti feriti. 

Stamane le tensioni si sono accese davanti al ministero dell’Educazione, dove diversi dimostranti a volto coperto hanno iniziato a lanciare pietre e petardi contro gli agenti della polizia antisommossa. Due cassonetti della spazzatura sono stati incendiati e utilizzati come barricata, spingendo le forze dell’ordine a rispondere con l’impiego di idranti e gas lacrimogeni, come riferito dall’agenzia Ata. 

Respinti dal ministero, i gruppi più violenti si sono diretti verso la Corte d’Appello, infrangendo i vetri dell’ingresso, per poi muoversi verso il Ministero degli Esteri, dove la polizia li ha nuovamente dispersi eseguendo numerosi arresti. In un’altra area del centro cittadino, una stazione di polizia è stata presa d’assalto con pietre e bottiglie molotov, innescando un incendio al primo piano dell’edificio che è stato domato poco dopo. 

A fronte dei disordini, Rama ha diffuso una nota chiedendo ai leader della protesta di prendere le distanze dalle frange violente e definendo l’incendio alla stazione di polizia come il superamento di una “linea rossa”, pur confermando la disponibilità a un confronto “senza precondizioni”. 

La mobilitazione trae origine dalla cosiddetta “Rivoluzione dei Fenicotteri”, nata a maggio 2025 per opporsi alla realizzazione di un resort turistico collegato alla famiglia di Donald Trump all’interno di un’oasi faunistica protetta. La rivendicazione ambientalista ha poi progressivamente catalizzato una più ampia protesta contro la corruzione sistemica del Paese, saldandosi nelle ultime settimane con le istanze degli studenti delle scuole superiori e degli universitari, che denunciano le precarie condizioni degli atenei e il livello elevato delle tasse scolastiche. 

In un’apparizione televisiva, Rama ha ribadito la tesi secondo cui i disordini sarebbero stati alimentati da decine di migliaia di bot riconducibili a Russia e Iran, senza i quali la “Rivoluzione dei Fenicotteri” non si sarebbe mai originata. 

Sebbene Edi Rama (al governo dal 2013 e riconfermato per un quarto mandato nel 2025) possa contare su una solida maggioranza parlamentare, la piazza evidenzia una profonda frattura democratica.

Come dichiarato all’agenzia Adnkronos Lutfi Dervishi, analista politico e docente all’Università di Tirana: “Bisogna distinguere tra mantenere il potere e conservare la fiducia dei cittadini”. Secondo il docente, il coinvolgimento diretto dei giovani indica che “una generazione sta mettendo in discussione non solo singole decisioni del governo, ma anche le proprie prospettive”. 

Per Dervishi le elezioni anticipate rappresentano “una possibile risposta, ma richiedono una decisione politica e istituzionale concreta”. Per evitare l’inasprimento della crisi servono invece “un dialogo autentico, indagini indipendenti sulle denunce di abusi della polizia e risposte credibili alle rivendicazioni dei cittadini”, perché quando le persone avvertono che le istituzioni non ascoltano e che il voto non basta, la frustrazione rischia di uscire dai canali democratici. 

La gestione dell’ordine pubblico si intreccia con il percorso di adesione dell’Albania all’Unione Europea, un ambito in cui Dervishi precisa: “L’integrazione europea è un obiettivo nazionale, non la proprietà di un primo ministro o di un partito. L’Ue non chiede a un Paese di essere privo di proteste: il diritto di riunirsi pacificamente è un valore europeo fondamentale”. 

Se da un lato gli attacchi agli agenti e ai beni pubblici vanno perseguiti, dall’altro l’analista evidenzia la necessità di verificare in modo indipendente le denunce di uso eccessivo della forza e fermi arbitrari da parte della polizia: “Lo Stato ha il diritto e il dovere di mantenere l’ordine pubblico, ma l’uso della forza deve essere legale, necessario e proporzionato”. 

Quanto alle accuse lanciate da Rama sulle ingerenze di Teheran e Mosca, Dervishi invita a separare i fatti dalle interpretazioni politiche.

Pur ricordando che l’Albania ha subito in passato attacchi informatici iraniani e che la disinformazione russa è presente nei Balcani occidentali, l’esperto nota come non esistano al momento prove pubbliche che dimostrino la regia esterna delle manifestazioni: “Le accuse sulla sicurezza nazionale sono troppo serie per essere trasformate in slogan politici. L’Iran e la Russia possono avere interessi in Albania, ma i cittadini albanesi hanno le proprie ragioni per protestare. Il governo non dovrebbe confondere le due cose”. 

Infine, Dervishi ha concluso che “la stabilità dell’Albania non dovrebbe essere misurata da quanto a lungo un governo rimane al potere, ma da quanto bene funzionano le istituzioni democratiche quando quel governo viene contestato”.