SAN’A’ - Lo Yemen, già martoriato da una guerra civile decennale contro i ribelli Houthi, precipita in una nuova e pericolosa fase di escalation.
Questa volta il conflitto non è tra governo e insorti sciiti, ma lacera l’alleanza sunnita: l’Arabia Saudita ha lanciato un’operazione militare contro le forze sostenute dagli Emirati Arabi Uniti (Eau), intimando ad Abu Dhabi di abbandonare il Paese entro 24 ore.
Nella notte tra il 28 e il 29 dicembre 2025, la Coalizione a guida saudita ha colpito duramente il porto meridionale di Mukalla, capoluogo dell’Hadramaut. L’operazione “circoscritta” ha preso di mira carichi di armi e veicoli blindati appena sbarcati da due navi provenienti dal porto emiratino di Fujairah.
Secondo l’intelligence saudita, le imbarcazioni avrebbero viaggiato con i sistemi di tracciamento spenti, per rifornire segretamente il Consiglio di Transizione del Sud (Stc). Si tratta del gruppo separatista che mira a ristabilire uno Stato indipendente nello Yemen meridionale (com’era tra il 1967 e il 1990) e che nelle ultime settimane ha conquistato vasti territori quasi senza resistenza.
Fino a poco tempo fa, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi combattevano fianco a fianco per sostenere il governo ufficiale contro i ribelli Houthi. Tuttavia, l’alleanza è naufragata a causa di obiettivi strategici divergenti.
Gli Emirati avrebbero iniziato a sostenere massicciamente i separatisti dell’Stc, con l’obiettivo geopolitico di controllare i porti strategici del sud per mettere in sicurezza le proprie rotte commerciali marittime. Ma l’Arabia Saudita avrebbe percepito questa mossa come un tradimento: se il sud diventasse indipendente sotto l’influenza emiratina, il governo ufficiale (alleato di Riad) perderebbe metà del territorio e i sauditi si ritroverebbero un vicino instabile o troppo legato a un rivale regionale.
L’ingresso nel porto di Mukalla di due navi emiratine cariche di armi non è solo un atto militare, ma un messaggio politico: la “guerra tra alleati” è ora aperta.
La risposta politica “all’operazione militare circoscritta” nel porto di Mukalla non si è fatta attendere, manifestandosi con una durezza che segna un punto di non ritorno nei rapporti tra gli ex alleati. Rashad al-Alimi, alla guida del Consiglio presidenziale yemenita con il solido appoggio di Riad, ha reagito blindando il Paese: è stato proclamato lo stato di emergenza per 90 giorni, accompagnato da un drastico blocco di 72 ore che ha sigillato ogni via d’accesso terrestre, aerea e marittima.
Il segnale di rottura definitiva è arrivato con l’annullamento unilaterale del patto di difesa con gli Emirati Arabi Uniti, un tempo pilastro della coalizione anti-Houthi e ora ridotto a carta straccia. A dare il colpo di grazia alla diplomazia è stata però l’Arabia Saudita: il ministero degli Esteri di Riad ha alzato i toni definendo apertamente le manovre di Abu Dhabi come una “minaccia alla sicurezza nazionale del Regno”.
L’ultimatum lanciato dal Regno è perentorio e non lascia spazio a trattative: le forze emiratine hanno 24 ore di tempo per abbandonare il suolo yemenita, con l’obbligo assoluto di interrompere immediatamente ogni flusso di denaro o armi verso i secessionisti del Sud.
Abu Dhabi, però, ha respinto ogni accusa, parlando di “sorpresa e delusione”. Secondo il portavoce emiratino, i mezzi pesanti distrutti a Mukalla non erano destinati ai separatisti, ma servivano alle proprie forze operative nel Paese, in coordinamento (secondo la loro versione) con Riad. Gli Emirati sostengono che la gestione saudita sollevi “domande legittime” e possa minare l’intero percorso di soluzione politica.
Questa crisi rappresenta una sfida immediata per l’amministrazione di Donald Trump. Mentre il Segretario di Stato Marco Rubio invoca “moderazione”, il quadro si complica con l’ingresso di un nuovo attore: Israele. La minaccia costante degli Houthi - che colpiscono le navi nel Mar Rosso con missili forniti dall’Iran - ha spinto Tel Aviv a cercare basi d’appoggio alternative.
Il recente riconoscimento del Somaliland come Stato sovrano da parte di Israele è stata letta dagli analisti in chiave anti-Houthi: avere una base operativa che garantirebbe a Tel Aviv un accesso strategico al Golfo di Aden per monitorare il traffico di armi iraniane e proteggere le rotte del Mar Rosso. Gli Houthi hanno già risposto minacciando attacchi contro qualsiasi presenza israeliana nell’area.