RIAD - Un conflitto difficile da contenere e con pochissime opzioni sul tavolo. In ballo ci sono il petrolio, il turismo, i grandi investimenti internazionali, il piano di modernizzazione del regno e la sicurezza stessa dell’Arabia Saudita.
Dall’altra parte ci sono i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, dall’altro la monarchia del Golfo guidata dal principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS).
Secondo le analisi convergenti del Wall Street Journal e del New York Times, la nuova escalation di attacchi sta colpendo al cuore i progetti strategici del principe ereditario, proprio mentre il regno si trova a corto di missili intercettori per garantire la copertura della propria difesa aerea.
La gravità della situazione trova riscontro nei fatti sul campo: l’Autorità generale saudita per l’aviazione civile ha confermato la sospensione a tempo indeterminato di tutte le attività presso l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, situato nella capitale e a centinaia di chilometri dalle zone controllate dagli Houthi.
L’offensiva non risparmia le infrastrutture energetiche e minaccia direttamente i data center, snodo cruciale per un paese che punta con forza sull’intelligenza artificiale. A rischio vi è anche il programma di trasformazione del turismo in un pilastro economico dell’Arabia Saudita, a partire dalla decima edizione della Future Investment Initiative, la prestigiosa conferenza internazionale sugli investimenti in programma a Riad dal 26 al 29 ottobre.
“I fatti delle ultime settimane sono gravi” e “la nostra risposta deve essere seria”, ha scandito il ministro dell’Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, in un intervento al XXV Wpc Energy Congress rilanciato dall’emittente al-Arabiya.
La gestione della crisi da parte del principe ereditario Mohammad bin Salman (noto come MbS) condizionerà anche i rapporti militari con gli alleati statunitensi. Il suo regno, infatti, rappresenta una fonte primaria di finanziamento per l’industria tecnologica e l’IA a livello globale.
Nel frattempo, a Riad il livello di allerta è massimo. Fonti del Wall Street Journal riferiscono che il quarantunenne principe ereditario si sposta unicamente tra bunker e palazzi blindati sotto la protezione di una scorta super selezionata. L’ultima apparizione pubblica di MbS risale a martedì scorso, quando ha donato il sangue nell’ambito di una campagna nazionale.
I mega-progetti promossi dal principe per testimoniare la modernizzazione del Paese e attrarre capitali stranieri (tra cui la “città del futuro” Neom e le piste da sci artificiali nel deserto) sono attualmente bloccati o in fase di revisione, a causa dell’innalzamento delle spese per la difesa, che sottrae risorse vitali al piano di diversificazione economica.
L’attuale spirale bellica ha radici lontane. Nel 2015 il principe ereditario ha coinvolto l’Arabia Saudita nella guerra civile yemenita a sostegno del governo riconosciuto dalla comunità internazionale. L’ultima escalation è esplosa durante l’estate, quando gli Houthi hanno accusato i sauditi di aver bombardato l’aeroporto della capitale yemenita Sana’a (in loro mano dal settembre 2014) per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano.
Nonostante la riapertura dei canali diplomatici con Teheran voluta da MbS, l’intelligence del regno indicava che la Repubblica islamica stesse spingendo il gruppo a entrare in guerra. Ad agosto, gli Houthi hanno sferrato un’offensiva lungo la costa dello Stretto di Bab el-Mandeb, conquistando la città portuale di Mokha e varie posizioni chiave dopo il mancato invio di copertura aerea saudita alle truppe alleate, incrementando la minaccia sui mercati petroliferi.
Secondo Kristian Coates Ulrichsen, esperto di Golfo Persico del Baker Institute della Rice University citato dal Wall Street Journal, MbS ha oggi pochissime opzioni valide poiché “qualsiasi risposta militare” rischia di trasformarsi in un coinvolgimento maggiore in “un conflitto asimmetrico in cui gli Houthi hanno dato prova di essere in grado di infliggere danni significativi e simbolici”.
Il New York Times evidenzia a sua volta la difficoltà di una soluzione politica, vista la rigidità delle richieste avanzate dal movimento yemenita, temprato da anni di battaglie e con poco da perdere.
Per F. Gregory Gause del Middle East Institute, “l’unica soluzione realistica per i sauditi è la fine alla guerra tra Iran e Usa”, con Washington che dovrebbe convincere Teheran a far sì che gli Houthi si impegnino a “una fine delle ostilità come parte di un accordo complessivo”, pur notando come “purtroppo per i sauditi non è chiaro quanto Trump li ascolti su questo punto”.
Secondo Yasmine Farouk dell’International Crisis Group, Riad cercherà anzitutto di indebolire il gruppo prima di sedersi al tavolo dei negoziati.
Attualmente, il regno riceve un supporto militare significativo dagli Stati Uniti e, secondo fonti del Wsj, sta cercando di reclutare combattenti stranieri e reperire nuovi sistemi di difesa aerea per aiutare le truppe yemenite sul campo. Dal canto suo, Teheran si dichiara “molto preoccupata” per la situazione e si dice disponibile a “facilitare il dialogo tra le parti”.
Mentre la diplomazia arranca, la situazione umanitaria nella regione si aggrava drammaticamente. La guerra nello Yemen è riesplosa lo scorso giugno dopo quattro anni di relativa stasi, tornando a contrapporre gli Houthi alle forze del governo riconosciuto sostenuto dall’Arabia Saudita.
Secondo i dati diffusi lunedì dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nel corso del 2026 l’intensificarsi dei combattimenti ha costretto più di 217.000 persone a fuggire dalle proprie case.
Parallelamente, si assiste a un fenomeno di segno opposto: fino alla fine di settembre l’Oim ha registrato ben 134.100 arrivi di migranti nello Yemen, segnando un incremento del 22% rispetto ai 110.144 ingressi di tutto il 2025 e più che raddoppiando i 60.897 registrati nel 2024.
L’Oim ha evidenziato come nello Yemen si incrocino due flussi contrari: da un lato le famiglie yemenite sfollate che cercano scampo dai bombardamenti, dall’altro migliaia di migranti (in gran parte provenienti dal Corno d’Africa) che continuano a fare ingresso nel paese per attraversarlo verso i Paesi del Golfo in cerca di lavoro.
La rotta rimane ad altissimo rischio di abusi, sfruttamento e naufragi. Tra i più recenti si conta la tragedia avvenuta al largo delle coste di Gibuti, dove almeno 139 persone dirette in Yemen sono morte a causa del capovolgimento di un’imbarcazione precaria. “Le famiglie nello Yemen sono disperate nel tentativo di fuggire dalle loro case a causa del conflitto, mentre i migranti continuano a transitare per il Paese in cerca di un futuro migliore; entrambi intraprendono viaggi pericolosi”, ha affermato la direttrice generale dell’Oim, Amy Pope.
L’organizzazione ha pertanto rivolto un appello a tutti i Paesi lungo la rotta migratoria per rafforzare la cooperazione contro i trafficanti di esseri umani e aprire canali d’ingresso regolari e sicuri.