CANBERRA – L’Australia avrebbe pagato nove miliardi di dollari in costi aggiuntivi per importare gasolio nell’arco di sei mesi, più del doppio rispetto a qualsiasi altro Paese esaminato, si legge nel nuovo rapporto sulla sicurezza energetica nazionale.
Il Climate Council ha pubblicato i dati nel suo documento Crude Awakening, che analizza l’esposizione australiana alle oscillazioni dei prezzi internazionali dei carburanti e il ruolo crescente dei trasporti elettrici e delle energie rinnovabili.
Tra marzo e agosto, il costo supplementare sostenuto per il gasolio è stato stimato in 324 dollari per ogni australiano.
Il confronto internazionale indica un aggravio di circa 3,5 miliardi di dollari per il Brasile e tre miliardi per il Regno Unito.
A questa cifra si aggiungono altri 1,6 miliardi di dollari pagati dall’Australia per le importazioni di benzina, equivalenti a circa 56 dollari per abitante.
Il rapporto viene reso di pubblico dominio pochi giorni dopo che i prezzi del petrolio hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi sei mesi, in un contesto di crescenti tensioni in Medio Oriente.
Secondo il Climate Council, la vulnerabilità australiana deriva soprattutto dalla forte dipendenza dall’estero.
Il Paese è il maggiore importatore mondiale via mare di gasolio e circa il 90 per cento del proprio fabbisogno viene soddisfatto attraverso forniture internazionali.
Il consumo nazionale di gasolio è inoltre più che raddoppiato dal 2000, raggiungendo 33 miliardi di litri nel 2025. Circa un quarto viene utilizzato dal settore minerario.
L’economista Nicki Hutley, portavoce del Climate Council, ha sottolineato che l’aumento dei costi non resta confinato ai carburanti, ma si trasmette all’intera economia attraverso trasporti, catene di approvvigionamento e prezzi nei supermercati.
“Se continuiamo a dipendere dal petrolio importato, lasciamo la nostra sicurezza energetica nelle mani di qualcun altro”, ha affermato.
Il rapporto sostiene che la diffusione di veicoli elettrici e ibridi abbia già attenuato parte dell’impatto della crisi, evitando costi stimati in 1,7 miliardi di dollari e riducendo il consumo di benzina e diesel di circa 17,4 milioni di litri alla settimana.
L’Australia rimane però indietro nella diffusione degli autocarri elettrici.
Questi rappresentano appena lo 0,7 per cento delle nuove vendite, rispetto al nove per cento a livello globale.
Anche la rete di ricarica resta relativamente limitata: è disponibile una colonnina pubblica ogni 41 veicoli elettrici, contro una media mondiale di una ogni 11.
Secondo il Climate Council, una maggiore elettrificazione dei trasporti e la revisione dei crediti fiscali sul gasolio potrebbero ridurre l’esposizione dell’Australia a future crisi internazionali dei carburanti.