PECHINO - La visita del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko a Xi Jinping, svoltasi alla Residenza per gli ospiti di Stato Diaoyutai di Pechino, è andata ben oltre il consueto rituale diplomatico.  

Il leader bielorusso è arrivato in Cina direttamente da Mosca, dopo intensi colloqui con Putin. Con questo viaggio ha messo in atto una delicata manovra di equilibrismo geopolitico: riaffermare l’ancoraggio all’alleanza con la Russia, cercando al contempo nella Cina una seconda sponda politica, economica e diplomatica per evitare che il proprio Paese venga travolto da un allargamento del conflitto ucraino al fianco orientale della Nato. 

Nel resoconto diffuso dal ministero degli Esteri cinese, Xi Jinping ha usato espressioni di forte investitura, definendo Cina e Bielorussia: “veri amici che si sostengono con fiducia reciproca”, oltre che “buoni partner per lo sviluppo comune” e “compagni strategici globali per tutte le stagioni”. 

Il leader cinese ha sottolineato che i rapporti bilaterali, avendo superato “la prova dei mutamenti internazionali”, si trovano oggi nel “miglior periodo della loro storia”. Il passaggio più rilevante riguarda l’esplicito sostegno di Pechino a Minsk nella difesa della “sovranità nazionale, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale” e nella scelta di una via di sviluppo “adatta alle proprie condizioni nazionali”. 

Si tratta di un lessico classico della diplomazia cinese che, pur non citando mai esplicitamente Russia, Ucraina o Nato, offre a Lukashenko una cornice di legittimazione cruciale. Pechino calibra i toni con estrema cautela: punta a mantenere la Bielorussia nel proprio perimetro diplomatico come “forza di stabilità in un mondo turbolento”, coordinandosi nelle Nazioni Unite e nell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), ma evita accuratamente di farsi trascinare in una logica di escalation militare diretta con l’Occidente. 

L’atmosfera di massima vicinanza è stata suggellata da un “pranzo familiare amichevole” tra i due leader. Una formula d’eccezione che, come spiegato dal primo vicepremier bielorusso Nikolai Snopkov, rappresenta un formato informale unico riservato ai grandi partner, durante il quale sono stati comunque affrontati nodi economici, politici e “l’agenda regionale”. 

La necessità di questa sponda asiatica emerge chiaramente dalle recenti e inedite ammissioni pubbliche dello stesso Lukashenko sulla fragilità militare della Bielorussia. Il presidente ha insistito sul fatto che la guerra tra Russia e Ucraina “non deve assolutamente” estendersi al territorio bielorusso, rivelando di averne discusso con lo stesso Putin. Secondo Lukashenko, il presidente russo riterrebbe un coinvolgimento di Minsk “in qualsiasi forma” inaccettabile e “più dannoso che utile”. 

Lukashenko ha ammesso che il Paese resterebbe vulnerabile a un eventuale attacco di Kiev, che avrebbe già individuato circa 500 obiettivi sensibili sul suolo bielorusso. Inoltre, un nuovo attacco russo verso Kiev partendo dai confini bielorussi allungherebbe il fronte di circa 1.500 chilometri, una linea giudicata insostenibile persino per le forze congiunte di Mosca e Minsk. 

Il vero punto di rottura resta però la Nato. Lukashenko ha avvertito che l’eventuale invio di truppe in Ucraina da parte dei Paesi dell’Alleanza Atlantica cambierebbe radicalmente la natura del conflitto, trasformandolo in uno scontro diretto tra il blocco occidentale e l’asse Russia-Bielorussia.

Una faglia sensibilissima, come ricordato anche dalle analisi della testata ufficiale cinese The Paper, che ha reinserito Minsk nella dinamica di crescente militarizzazione globale: dal dispiegamento nel 2023 delle armi nucleari tattiche russe in Bielorussia (il primo fuori dai confini russi dalla fine dell’Urss) fino ai timori europei legati alle future capacità missilistiche statunitensi in Germania a partire dal 2026 e ai recenti incidenti di frontiera, come l’allarme lituano per un drone sospetto. 

In questo scenario di isolamento, la Cina rappresenta per la Bielorussia un polmone vitale per aggirare le sanzioni del Consiglio dell’Unione Europea, progressivamente inasprite a causa della repressione interna e del coinvolgimento bielorusso nell’aggressione all’Ucraina. 

Oltre alla copertura politica, utile a dimostrare di non essere una mera appendice di Mosca, Lukashenko cerca a Pechino tecnologia e investimenti industriali. Un esempio concreto è il parco industriale sino-bielorusso “Great Stone”, citato dal presidente come modello di successo per l’integrazione di tecnologie avanzate cinesi nei settori chiave dell’economia nazionale. Il vicepremier Snopkov ha tracciato chiaramente i confini di questa cooperazione transcontinentale: l’obiettivo di Minsk è l’acquisizione di 11 tecnologie strategiche cinesi, considerate fondamentali per garantire al Paese la propria autonomia tecnologica e produttiva. 

Per la Cina, la Bielorussia resta un alleato geopolitico prezioso nel cuore dell’Europa orientale, un nodo cruciale per la strategia della Belt and Road e una voce amica contro la narrativa delle sanzioni occidentali. Per Lukashenko, invece, l’abbraccio di Pechino è l’ultimo scudo per ottenere risorse e margini di manovra, nel disperato tentativo di non farsi travolgere dal muro contro muro tra Russia e Occidente.