WASHINGTON - La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso due sentenze cruciali destinate a ridisegnare l’agenda politica e sociale del Paese, infliggendo al presidente Donald Trump una pesante sconfitta sul fronte dell’immigrazione, ma concedendogli una grande vittoria sul tema dei diritti civili e dello sport.
Con un verdetto storico, la Corte Suprema ha inferto oggi, lunedì 30 giugno, un nuovo duro colpo al presidente Trump, annullando il decreto esecutivo con cui, nel suo primo giorno del secondo mandato alla Casa Bianca, aveva revocato il diritto di cittadinanza automatica iure soli ai bambini nati negli Stati Uniti da genitori immigrati irregolari o con visto temporaneo.
Il provvedimento presidenziale, che era rimasto congelato dai tribunali inferiori senza mai entrare effettivamente in vigore, mirava a riscrivere radicalmente la prassi costituzionale, restringendo il diritto di nascita solo ai neonati con almeno un genitore cittadino o residente permanente.
Secondo quanto riportato da Nbc News, i giudici hanno invece stabilito che l’ordine esecutivo viola apertamente il 14esimo emendamento della Costituzione, ratificato il 9 luglio 1868 all’indomani della guerra civile, per tutelare i diritti degli ex schiavi afroamericani, e che da oltre un secolo garantisce la cittadinanza a chiunque nasca sul suolo statunitense.
Il verdetto è passato con una maggioranza risicata di 5 voti a 4. A guidare il blocco progressista è stato il presidente della Corte, il conservatore moderato John Roberts, insieme alle giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Amy Barrett e Ketanji Jackson. Contrari gli ultraconservatori Clarence Thomas, Sam Alito e Neil Gorsuch, mentre il giudice Brett Kavanaugh si è espresso a metà strada, concordando solo in parte.
Nelle motivazioni della sentenza, il presidente Roberts ha scritto: “Quei bambini sono quindi soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti. Soddisfano entrambi gli elementi della Clausola sulla Cittadinanza: sono ‘nati negli Stati Uniti’ e ‘soggetti alla loro giurisdizione’. In base alla Costituzione, sono cittadini alla nascita”.
Con questa decisione, i giudici hanno riaffermato la validità dello storico precedente del 1898 (United States v. Wong Kim Ark) e accolto i ricorsi presentati dagli Stati progressisti e dalle associazioni per i diritti civili, che avevano denunciato l’illegittimità del provvedimento.
Per la Casa Bianca si tratta della terza pesante sconfitta giudiziaria negli ultimi mesi (dopo la bocciatura dei dazi doganali e il veto sul licenziamento immediato di Lisa Cook dalla Federal Reserve), a dimostrazione che la maggioranza conservatrice di 6 a 3 della Corte non è disposta ad assecondare ogni forzatura dell’esecutivo.
Se sullo ius soli la Casa Bianca è uscita sconfitta, ha invece incassato un importantissimo successo su un altro tema centrale dell’agenda geopolitica e culturale di Trump: l’esclusione degli atleti transgender dalle competizioni sportive femminili. Con una maggioranza netta di 6 a 3, la Corte Suprema ha confermato la legittimità delle leggi statali che vietano tale partecipazione.
Con la sentenza redatta dal giudice conservatore Kenneth Kavanaugh, il collegio ha respinto i ricorsi di due studentesse transgender, Becky Pepper-Jackson e Lindsay Hecox, stabilendo che le restrizioni imposte in West Virginia e Idaho non violano né il 14esimo Emendamento sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, né il “Title IX”, ovvero la normativa federale che proibisce la discriminazione sessuale nell’ambito dell’istruzione.
L’esito del voto ha scatenato l’immediata esultanza del presidente Trump, che ha celebrato la decisione con un post entusiastico sul suo social network, Truth Social: “Grande Vittoria: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena emesso una sentenza contro la partecipazione degli uomini negli sport femminili. Wow! Questo mette fine a quella situazione ridicola”.