Per Nicola Priolo la strada per provare a fermare lo spopolamento dei borghi calabresi passa dal turismo. Non dal turismo delle radici inteso come grande promessa di ritorno degli italiani emigrati e dei loro discendenti, né dalle case a un euro, che considera soprattutto un segnale dell’abbandono. La sua idea è diversa: trasformare le caratteristiche che la Calabria possiede già – mare, montagne, borghi, natura, storia, gastronomia, tradizioni – in un’offerta turistica concreta, capace di intercettare soprattutto i visitatori del Nord Europa e di generare lavoro, servizi e nuove opportunità per chi vive nei territori. “Se si spopola, puoi fare un paradiso, ma chi lo riempie questo paradiso?”, osserva Priolo. È questa, secondo lui, la domanda da cui partire.

La Calabria conta numerosi piccoli comuni e molte aree interne segnate da fragilità demografica, distanza dai servizi e progressiva perdita di popolazione.  Il turismo, dunque, non sarebbe semplicemente un modo per aumentare le presenze, ma uno strumento economico attraverso il quale ricostruire una domanda, sostenere attività locali e creare le condizioni perché qualcuno scelga di restare o di trasferirsi.

Priolo, che vive da decenni in Belgio ma ha riscoperto la Calabria dopo un lungo periodo di assenza, parte proprio da ciò che ha trovato tornando nella terra della sua famiglia: un territorio straordinariamente ricco, ma ancora alle prese con problemi elementari. Cita le interruzioni dell’acqua, le difficoltà nei collegamenti, le strade dissestate, i collegamenti ferroviari insufficienti, i paesi dell’Aspromonte difficili da raggiungere. “Non servono autostrade, non servono alberghi a otto stelle, non servono cose grandiose: servono cose di base”, sostiene.

Per lui è inutile costruire una grande strategia turistica se poi un visitatore arriva in un borgo e incontra strade impraticabili, collegamenti insufficienti o servizi inesistenti. L’esempio di Gallicianò, nell’area grecanica, è emblematico: un piccolo centro dalla forte identità culturale, dove sopravvive il grecanico e dove esiste una storia millenaria, ma che rischia di essere escluso dai percorsi turistici proprio per la difficoltà di raggiungerlo. La Calabria, insiste Priolo, non deve inventarsi un’attrattività che già possiede: occorre piuttosto organizzare ciò che esiste e renderlo accessibile.

Da qui la sua idea di puntare sul turismo esperienziale e, in particolare, sui mercati del Nord Europa. Norvegesi, danesi, tedeschi, olandesi e altri visitatori con una maggiore disponibilità economica potrebbero essere interessati a un’offerta fondata su trekking, ciclismo, natura, mare, piccoli borghi, prodotti locali, enogastronomia e ritmi di vita più lenti. Non grandi strutture alberghiere, dunque, ma percorsi, servizi per l’outdoor, piccoli B&B di qualità, ristorazione autentica, collegamenti efficienti e una promozione internazionale coerente.

È all’interno di questa prospettiva che Priolo guarda con forte scetticismo al turismo delle radici. Non contesta il valore personale e culturale del ritorno nei luoghi d’origine, ma mette in discussione l’idea che milioni di discendenti degli emigrati possano rappresentare la soluzione allo spopolamento. La distanza generazionale, geografica e culturale, a suo giudizio, pesa molto più di quanto spesso raccontino le campagne istituzionali. Il primo emigrato conserva memoria, lingua e un rapporto diretto con il paese lasciato; per la seconda generazione quel rapporto può già diventare più indiretto; per la terza, sostiene Priolo, spesso rimangono soprattutto il cognome e la genealogia. Da qui la domanda provocatoria: “Perché un australiano di origini calabresi dovrebbe venire in Calabria, quando ancora oggi decine di migliaia di calabresi emigrano ogni anno?”.

Il problema, per Priolo, è dunque la contraddizione tra una regione che continua a perdere abitanti e una politica che punta contemporaneamente sul possibile ritorno dei loro discendenti. Il turismo delle radici può certamente generare viaggi, emozioni, consumi e anche piccoli investimenti immobiliari, ma secondo lui non deve essere confuso con una politica di ripopolamento. Anche alcune esperienze concrete sembrano suggerire prudenza: una ricerca dedicata al rapporto tra turismo delle radici e case a un euro ha evidenziato, per esempio, come gli interessati all’acquisto siano molto attenti alla presenza di servizi essenziali e come il rischio sia quello di idealizzare i piccoli centri senza affrontarne le fragilità strutturali. Il caso di Mussomeli, in Sicilia, citato nello stesso filone di studi, mostra inoltre come le case vendute a un euro possano attirare soprattutto acquirenti stranieri non necessariamente legati al territorio d’origine.  Per Priolo le case a un euro rappresentano quindi più il sintomo che la cura: “Sono un tentativo di rianimazione, non un progetto di sviluppo. Sono un cerotto su una ferita profonda”. Possono recuperare immobili abbandonati, portare nuovi proprietari e forse generare qualche attività, ma difficilmente possono invertire da sole una dinamica demografica costruita in decenni.

La vera questione, allora, è creare le condizioni perché nei borghi ci sia qualcosa per cui valga la pena vivere, lavorare e investire. Servono collegamenti, servizi, scuole, attività economiche e un mercato turistico capace di produrre reddito. È anche per questo che Priolo guarda con maggiore interesse a un turismo internazionale non necessariamente legato alle origini italiane: persone che scelgono la Calabria perché attratte dal suo territorio e dalla qualità delle esperienze che può offrire. Il passaggio decisivo, nella sua lettura, è trasformare la presenza turistica temporanea in un possibile motore economico permanente. Il turista arriva, consuma, conosce il territorio; intorno a lui possono nascere B&B, ristoranti, attività outdoor, servizi, produzioni locali e nuove opportunità occupazionali. E proprio queste opportunità possono contribuire a rendere nuovamente abitabili i piccoli centri.

È precisamente questo patrimonio che Priolo racconta nel suo libro Calabria Grecanica, costruito non soltanto come guida o saggio, ma come un mosaico di persone, luoghi, storie e vicende. Nel volume compaiono i minatori di Motta San Giovanni, la cultura grecanica di Bova e Gallicianò, gli armeni, Brancaleone Vetus, gli abitanti e gli operatori che hanno scelto di restare, giovani produttori, ristoratori, artigiani. Priolo dedica inoltre spazio a una domanda che precede qualsiasi strategia turistica: “Vale la pena salvare i borghi?”.

Probabilmente è questa la questione da cui dovrebbe partire ogni riflessione sul Turismo delle Radici. Perché prima di chiedersi come convincere un discendente di emigrati a visitare un paese bisogna chiedersi se quel paese avrà ancora qualcuno che possa accoglierlo, se avrà una scuola, un’attività economica, un ristorante aperto, una strada percorribile, un servizio sanitario, una connessione, un’impresa. E soprattutto se avrà ancora una comunità.

La provocazione di Nicola Priolo, in altre parole, non è tanto quella di scegliere semplicemente fra Turismo delle Radici e turismo tradizionale, ma quella di cambiare la domanda. Non “quanti discendenti degli italiani possiamo portare in Calabria?”, ma “che cosa dobbiamo fare perché la Calabria diventi un luogo nel quale valga la pena venire, tornare e, eventualmente, restare?”.

La differenza è sostanziale. Nel primo caso si parte da una platea teorica di milioni di persone e si tenta di convincerne una piccola parte a compiere un viaggio nella terra degli antenati. Nel secondo si parte dal territorio, dalle sue risorse e dalle sue carenze, e si cerca un pubblico che abbia realmente interesse a viverle. È una strategia più difficile, meno suggestiva sul piano della retorica e probabilmente molto più costosa sul piano degli investimenti. Ma, nella visione di Priolo, è anche più realistica. Perché le radici, da sole, non bastano a ripopolare un paese: per restare servono lavoro, servizi, infrastrutture e una prospettiva. E per questo la sua conclusione è netta: “La Calabria ha tutto ciò che loro cercano. Bisogna solo offrirglielo nel modo giusto”.

Per approfondire la riflessione di Nicola Priolo sullo spopolamento dei borghi e sul turismo come possibile risorsa per il futuro del territorio, è possibile leggere il volume Calabria Grecanica. Il libro è disponibile nelle librerie calabresi; per chi vive fuori dalla regione è possibile contattare direttamente l’autore (italiaestero@hotmail.com) per informazioni e per ricevere una copia.