WASHINGTON - Un’inchiesta del New York Times, basata sui colloqui con cinque funzionari iraniani, due membri dei Guardiani della Rivoluzione ed ex esponenti dell’apparato di sicurezza, ha svelato i retroscena del sabotaggio dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti.
A far saltare il memorandum d’intesa con Washington e a far ripartire il conflitto sarebbe stata un’azione condotta in segreto dalla fazione ultraconservatrice del regime, che lo scorso luglio ha ordinato un attacco contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz all’insaputa del presidente iraniano, del comandante supremo dei Pasdaran e del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.
L’operazione è scattata mentre il presidente Masoud Pezeshkian si trovava in Iraq, per una settimana di cerimonie di lutto in memoria dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso all’inizio della guerra, e aveva appena concluso i negoziati sul memorandum.
In quel contesto, le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro tre imbarcazioni mercantili, incendiando una petroliera qatariota per il trasporto di gas naturale liquefatto e danneggiando gli altri due mercantili.
Raggiunto dalla notizia, Pezeshkian avrebbe telefonato con rabbia al comandante in capo dei Pasdaran, il generale Ahmad Vahidi, definendo l’attacco “irresponsabile” e pretendendo spiegazioni.
Vahidi ha risposto di non aver autorizzato l’attacco e di non esserne stato informato in anticipo, mentre anche il Consiglio supremo di sicurezza nazionale (organismo centrale nelle decisioni belliche e diplomatiche) è risultato del tutto ignaro della manovra.
Nel tentativo di individuare il responsabile, il presidente sarebbe stato informato del fatto che i comandanti sul campo avrebbero agito di propria iniziativa: una direttiva permanente permetterebbe infatti di colpire qualunque nave sospettata di violare il controllo iraniano sullo stretto senza il via libera del comando centrale.
A testimonianza delle spaccature interne, il quartier generale Khatam al-Anbiya dei Pasdaran non ha mai rivendicato l’azione del 7 luglio, a differenza di quanto fatto per altri episodi analoghi.
Le indagini condotte dal governo e dai servizi di sicurezza di Teheran hanno individuato il regista della manovra in Hossein Taeb, potente religioso e figura di spicco dell’intelligence, da sempre contrario all’intesa con gli Stati Uniti.
Taeb (che sostiene che l’Iran abbia commesso un errore a porre fine alla guerra), aveva guidato per anni l’organizzazione di intelligence dei Pasdaran prima di essere rimosso nel 2022 da Ali Khamenei a seguito di gravi falle di sicurezza, tra cui l’infiltrazione israeliana nell’apparato statale e il fallimento di un piano iraniano in Turchia.
Tornato in auge dopo l’uccisione di Ali Khamenei, Taeb ha svolto un ruolo chiave nella nomina a successore del figlio di quest’ultimo, Mojtaba, ed è stato recentemente nominato alla guida dei Basij.
Effettivamente l’iniziativa degli ultraconservatori ha vanificato gli sforzi dell’ala pragmatica iraniana di fermare le ostilità e rianimare un’economia prostrata.
Nel tentativo di contenere i danni, i funzionari iraniani hanno informato Washington e diversi governi regionali – nel giro di poche ore – che l’attacco era opera di elementi deviazionisti. Intanto, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato inviato in Oman. Tuttavia, Pezeshkian è rientrato immediatamente a Teheran e, la mattina seguente, gli Stati Uniti hanno ripreso i raid aerei contro l’Iran.
All’interno della leadership si è scatenata una delle crisi politiche più violente dall’inizio del conflitto, caratterizzata da violenti alterchi, accuse reciproche di tradimento e le minacce di dimissioni di due alti generali. Per mediare tra le fazioni, il Consiglio supremo di sicurezza nazionale è stato riorganizzato e affidato al generale Mohsen Rezaei, ex comandante dei Pasdaran.
A favorire l’azione degli intransigenti sarebbe stata la prolungata assenza della nuova Guida Suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Dalla sua nomina a marzo, il leader non è mai apparso in pubblico né si trova in un luogo noto; persino la suocera, Tayebeh Mahrouzadeh, ha dichiarato in una videointervista che i parenti non hanno informazioni su dove si trovi con i suoi tre figli.
A maggio, Pezeshkian ha riferito di averlo incontrato, ma due funzionari e un ex alto dirigente hanno descritto l’episodio come del tutto anomalo: il presidente sarebbe stato condotto in un’ambulanza con i vetri oscurati verso un collegamento video protetto, dove un intermediario riferiva i messaggi.
Lo stesso Pezeshkian ha poi confidato a un alleato di non essere certo di aver interagito davvero con la Guida Suprema, pur avendo dichiarato il mese scorso di aver ottenuto un secondo colloquio durato sette ore. L’assenza di un arbitro effettivo ha così lasciato privo di controllo lo scontro tra le correnti del potere.
Le rivelazioni arrivano alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri del Golfo a Mascate per discutere della sicurezza nello stretto. A Teheran il dibattito si divide tra il ritorno ai negoziati e una decisa escalation strategica, caldeggiata dai generali più intransigenti (tra cui il comandante della forza aerospaziale dei Pasdaran, Seyed Majid Mousavi).
Il loro piano prevede attacchi intensificati insieme alle milizie alleate (Houthi in Yemen e gruppi sciiti in Iraq) contro navi militari Usa, truppe statunitensi e infrastrutture petrolifere regionali, con l’obiettivo di spingere al rialzo il prezzo del greggio e spezzare il blocco navale che ha azzerato le esportazioni petrolifere dell’Iran.
Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito che questa linea rischia di trascinare il Paese in un abisso, mentre la crisi interna si aggrava tra svalutazione della moneta e inflazione galoppante. Tuttavia, Mahdi Mohammadi, consiglier di alto livello di Ghalibaf, ha confermato al New York Times che il conflitto è ormai entrato nella sua fase di escalation.