La passione per il calcio ha qualcosa di difficile da spiegare fino in fondo. È il brivido di entrare allo stadio, gli occhi puntati sul campo, novanta minuti vissuti dietro a un pallone insieme a migliaia di persone. È seguire la propria squadra, riconoscersi nei suoi colori e affezionarsi, fin da bambini, ai giocatori che li indossano. 

Per noi italiani il calcio è anche questo: familiarità, abitudine, ricordi. Siamo cresciuti con i volti di campioni che ci hanno fatto esultare, discutere e qualche volta arrabbiare. Giocatori che, a distanza di anni, continuano a riportarci a una partita, a un gol, a una domenica precisa.

E forse è proprio per questo che, dall’altra parte del mondo, incontrarli ha un significato particolare.

A Perth lo si capisce osservando i tifosi che aspettano fuori dagli alberghi, cercano una fotografia, un autografo o semplicemente un saluto. La distanza dall’Italia, in quei momenti, sembra accorciarsi. È successo anche in occasione di Calcio Italiano – Only in Perth, dove abbiamo incontrato alcuni dei protagonisti che hanno segnato epoche diverse dello sport più amato.

Tra loro l’ex capitano della Juventus Alessandro Del Piero. Per lui tornare in Australia significa ritrovare qualcosa di speciale. Qui ha trascorso due stagioni con il Sydney FC e vissuto la sua prima esperienza professionale lontano dall’Italia insieme alla famiglia.

“È un grande piacere per me tornare qui”, racconta. A colpirlo è ancora una volta l’affetto che circonda i colori bianconeri e, più in generale, tutto ciò che richiama l’Italia. Un legame che Del Piero riconosce soprattutto nelle comunità cresciute lontano dal Paese d’origine: “Gli immigrati di prima e seconda generazione hanno un affetto smisurato, incredibilmente alto per tutto quello che è il mondo italiano”.

Essere ancora, dopo tanti anni, uno dei volti capaci di creare quel legame è per lui “un motivo di grande orgoglio’.

Il ritorno in Australia riporta inevitabilmente alla memoria anche i suoi anni in A-League. Del Piero ricorda l’impatto iniziale, il cambiamento affrontato con la famiglia e poi il rapporto costruito con un Paese che ha imparato a conoscere. Tornare qui significa ritrovare persone, luoghi e sensazioni di quell’esperienza.

Poi c’è il campo. Dei 24 gol segnati in Australia ne ricorda uno proprio a Perth, di sinistro e dalla distanza, oltre ad alcune reti realizzate con il Sydney. Quando però gli viene chiesto di scegliere il suo preferito, la risposta prende un’altra strada. Perché per Del Piero il gol non è mai stato tutto.

“Il mio obiettivo era vincere le partite e giocare nel miglior modo possibile”. A volte, spiega, poteva essere un assist o persino un passaggio semplice a rappresentare la scelta migliore, se serviva a mettere un compagno nella condizione giusta.

Una risposta che porta naturalmente a un altro tema: la crescita dei giovani. 

A chi dall’Australia guarda all’Italia e sogna di misurarsi con il calcio europeo, Del Piero ricorda che il livello conta, ma conta soprattutto ciò che si fa ogni giorno sul campo. “Ogni allenamento è un modo per migliorare”. “Dalla Serie A alla Serie D – sottolinea –, il calcio italiano rimane esigente sul piano fisico e tattico”. Bisogna confrontarsi con la concorrenza, mettersi continuamente alla prova, imparare.

Di mentalità parla anche Fabrizio Ravanelli, ma lo fa tornando alla Juventus che ha vissuto in prima persona. Perth per lui è una scoperta e la quantità di italiani e juventini incontrati lo sorprende. Poi basta nominare quella squadra degli anni Novanta perché il tono cambi.

La Juventus di oggi ha lo stesso DNA?

“No, non credo. Credo che quella sia una Juventus inimitabile, forse irraggiungibile”.

Ravanelli non riflette soltanto sui trofei. Il punto, per lui, era il modo in cui quella squadra affrontava il lavoro e gli avversari, la volontà del singolo di migliorarsi per alzare il livello di tutti. Un legame che il tempo non ha cancellato: a trent’anni di distanza, racconta, “i giocatori di quella Juventus condividono ancora un gruppo WhatsApp”.

“Dentro di noi c’era un voler migliorarsi sempre”. Prima ancora della tecnica, insomma, veniva la squadra.

Più severa la lettura sul presente del calcio italiano. Secondo Ravanelli, le difficoltà economiche degli ultimi anni hanno aumentato il divario con Inghilterra, Spagna e Germania. Negli anni Ottanta e Novanta, ricorda, campioni come Zico, Maradona e Platini sceglievano la Serie A: “Oggi molti dei migliori giocatori si trovano altrove” afferma. Nella Juventus attuale, invece, il nome su cui punta è quello di Kenan Yildiz.

Intorno alle due voci bianconere, Perth restituisce anche le altre anime del calcio italiano.  Serginho racconta una passione rossonera che ritrova ogni volta più numerosa: tifosi che aspettano il Milan e le sue vecchie glorie e che, anche davanti a un’amichevole, sentono il derby per quello che è. “Quando ci sono i colori rossoneri e quelli nerazzurri dall’altra parte è sempre una bellissima battaglia”.

Carlos Augusto offre la prospettiva opposta della stessa rivalità. Ringrazia i tifosi che hanno seguito l’Inter fin dall’arrivo in città e non cerca attenuanti nemmeno davanti alla parola ‘amichevole’: “Il derby è sempre derby”. Ai bambini italo-australiani che sognano quella maglia lascia invece un messaggio semplice: “Devono amare ciò che fanno, divertirsi e continuare a provarci”.

Sono maglie diverse, storie diverse, persino rivalità che in Italia dividono famiglie e città. A Perth, però, per qualche giorno finiscono tutte nello stesso posto: davanti a tifosi che, lontanissimi dal belpaese, continuano a riconoscersi in quei colori.

Del Piero l’ha capito appena arrivato. Così lontano dall’Italia, quell’ “affetto smisurato” forse si vede ancora meglio.