La comunità italiana saluta con commozione il commendatore Carmelo Caruso, scomparso nei giorni scorsi a Brisbane. Figura storica dell’emigrazione italiana in Australia, Caruso ha dedicato oltre settant’anni alla costruzione di spazi d’identità, assistenza e appartenenza per gli italiani nel Queensland. La sua vita è stata un ponte: tra generazioni, tra istituzioni, tra due patrie vissute non come opposte, ma come parti inseparabili della stessa storia.
Nato a Licodia Eubea (Catania), nel 1929, partì nel 1950 sulla motonave Ugolino Vivaldi diretto in Australia, con un biglietto di terza classe e un baule preparato dalla madre. Due anni dopo si stabilì definitivamente a Brisbane, dove aprì la sua prima sartoria a Newstead. Da quel piccolo laboratorio nacque tutto: un’intraprendenza che lo portò, poco dopo, a fondare il Caruso’s Italian Emporium in Fortitude Valley, un negozio diventato punto di ritrovo per migliaia di italiani, dove si trovavano caffettiere, dischi, stoffe, profumi, riviste, ceramiche, gioielli in oro, ma soprattutto ascolto e orientamento. Fu su richiesta del governo italiano che nel 1962 fondò l’ANFE (Associazione Nazionale Famiglie Emigrati)) di Brisbane, di cui fu presidente fino al 1964, per poi continuare come responsabile delle pubbliche relazioni, un ruolo che gli permetteva di fare ciò che gli riusciva meglio: tenere unita una comunità.
Per lui la carica era un mezzo, non un titolo. Accanto all’impegno associativo, fu giornalista, organizzatore, radiofonico, promotore culturale, impresario, volontario, referente per la stampa italiana e australiana. Per 43 anni condusse un programma bilingue su 4KQ; scrisse per La Fiamma e Il Globo; fu membro fondatore di Co.As.It, Italian Chamber of Commerce e Brisbane City Soccer Club; introdusse la prima sfilata di moda italiana in Queensland; portò cantanti, attori e figure italiane in visita nella capitale dello Stato.
Tutto questo mentre, con naturalezza, aiutava chi entrava nel suo negozio “solo per comprare una camicia” e invece usciva con un contatto, una risposta, una strada possibile. La sua autobiografia, I due cuori di un emigrante, resta il suo vero lascito: non un racconto celebrativo, ma la radiografia sincera di cosa significhi vivere con un cuore in Italia e uno in Australia, senza che nessuno dei due perda battito.
Nel ricordarlo, la figlia Maria Maruca, oggi presidente dell’ANFE di Brisbane, ha detto: “Papà aveva un dono raro: dove arrivava, nasceva una comunità. Non era solo un uomo che aiutava gli altri: era uno che sapeva farli sentire a casa, anche dall’altra parte del mondo”. Caruso era legato alla musica, ma non alle canzoni nostalgiche: la sua preferita era L’Italiano di Toto Cutugno, perché raccontava la fierezza dell’identità più che la malinconia della distanza. Anche per questo, quando qualcuno gli chiedeva cosa fosse per lui “sentirsi italiano”, non parlava mai di passaporti, ma di valori.
Il suo viaggio verso l’Australia può essere riassunto in una sola riga di Titanic di Francesco De Gregori: “Il biglietto di terza classe costa dolore e spavento”. La differenza è che Caruso, quel dolore, lo trasformò in servizio e quello spavento, in comunità. Con la sua scomparsa si chiude un capitolo importante della storia italiana nel Queensland.
Ma ciò che ha costruito non scompare: rimane nei legami, nei documenti, nei ricordi, nei luoghi, nei racconti e nelle persone che ha aiutato. Rimane soprattutto nell’idea che emigrare non significa andarsene, ma allargare il proprio mondo senza rinunciare alle radici. Carmelo Caruso non ha mai smesso di essere siciliano, né ha mai smesso di essere australiano. È per questo che non ha lasciato solo un’eredità: ha lasciato un esempio.