SEUL - Una rivelazione inaspettata rischia di compromettere le relazioni diplomatiche tra Kiev e Seul. Durante il suo intervento alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha reso noto il trasferimento in Corea del Sud di due prigionieri di guerra nordcoreani. La decisione ha provocato l’immediata e dura reazione del governo sudcoreano, che sosteneva di aver concordato la massima riservatezza sull’operazione. 

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha minacciato di adottare ulteriori contromisure non specificate qualora l’Ucraina non presenti scuse pubbliche per la fuga di notizie, arrivando ad accusare Kiev di rischiare di “scatenare una guerra nella penisola coreana”. In precedenza, Lee aveva ribadito che “Era opportuno sotto ogni aspetto non rivelarlo, considerando i numerosi problemi che la sua divulgazione avrebbe potuto causare, e (noi, ndr) avevamo deciso di agire in tal senso”, definendo la vicenda una questione che tocca “la dignità del popolo e della Nazione coreana”. 

I due soldati erano stati catturati dalle forze ucraine nel gennaio 2025 nella regione russa di Kursk, dove figuravano tra i pescherecci e i munitissimi contingenti inviati dal leader nordcoreano Kim Jong Un a sostegno dell’esercito di Mosca. Dopo aver espresso la volontà di disfare e chiedere asilo a Seul, nel mese di luglio i leader dei due Paesi avevano concordato di gestire la questione nel rispetto dei principi umanitari e della volontà dei prigionieri. 

Tuttavia, le ragioni del riserbo sudcoreano poggiavano su delicati equilibri di sicurezza e incolumità personale. Da un lato, la pubblicizzazione del caso esponeva i parenti dei due militari (disertori dell’esercito nordcoreano) al rischio di severe rappresaglie, sorveglianza e deportazioni forzate da parte del regime di Pyongyang, che considera sospetti i familiari di chi fugge.  

Dall’altro, l’annuncio di Zelensky è giunto pochi giorni dopo il lancio di due missili balistici da parte della Corea del Nord, riaccendendo le tensioni strategiche nell’area e alimentando lo scontro politico interno a Seul. L’episodio ha infatti esposto il presidente Lee, del Partito Democratico, alle critiche dell’opposizione conservatrice guidata dal parlamentare Park Sung-hoon, che ha chiesto piena trasparenza: “Da una parte si sostiene che sia stato violato un accordo, mentre dall’altra si afferma che tale accordo non sia mai esistito (...) Anziché puntare il dito contro qualcuno, il governo deve innanzitutto rendere noti al pubblico i dettagli effettivi dell’accordo”. 

A queste motivazioni si aggiungeva infine l’esigenza di tutelare la stessa diplomazia ucraina, evitando a Kiev le polemiche per aver rinunciato a un’opportunità di scambio con i propri prigionieri di guerra in mano russa. 

Mentre il Ministero degli Esteri sudcoreano ha convocato l’ambasciatore ucraino per formalizzare una protesta ufficiale, da parte ucraina giungono versioni contrastanti. Il consigliere presidenziale Dmytro Lytvyn ha negato l’esistenza di patti di riservatezza, sostenendo che non ci fosse “alcun accordo del genere”. 

Parallelamente, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha cercato di smorzare i toni definendo l’accaduto un “malinteso diplomatico” e dichiarando alla stampa di auspicare che “questa situazione venga risolta nel prossimo futuro”, aggiungendo: “Ci stiamo lavorando. Per noi la Corea del Sud è un paese importante. E spero davvero che si crei uno slancio, che si mantenga la continuità e che si ottengano risultati concreti, che stiamo davvero raggiungendo insieme a loro”. 

L’incidente si inserisce in un momento particolarmente delicato per la diplomazia ucraina, a poche settimane da una nuova richiesta avanzata da Zelensky per ottenere sistemi di difesa aerea sudcoreani (come il Cheongung-II, in grado di intercettare missili balistici a corto e medio raggio) oltre a obici semoventi K9 da 155 mm, munizioni e carri armati. 

Sebbene la legge sudcoreana vieti la vendita di armi letali a Paesi coinvolti in conflitti attivi limitando l’aiuto a forniture umanitarie e non letali, in passato erano emersi canali indiretti, come la fornitura d’artiglieria passata attraverso gli Stati Uniti nel 2023. Questa profonda frattura diplomatica e l’apparente incrinatura della fiducia reciproca rendono tuttavia quasi impossibile il raggiungimento di nuovi accordi d’armamento, anche informali.