TEHERAN - Le tensioni militari e strategiche tra Stati Uniti, Israele e Iran registrano un nuovo, pericoloso picco.
Mentre nello Stretto di Hormuz si consuma la giornata più drammatica dall’inizio delle ostilità aperte a febbraio, da Washington e Tel Aviv filtrate indiscrezioni confermano l’elaborazione di pianificazioni operative per una nuova campagna aerea contro la Repubblica Islamica subito dopo le elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre.
Secondo quanto rivelato dal New York Times, che cita funzionari statunitensi e fonti informate, Washington e Tel Aviv stanno preparando un’offensiva aerea che potrebbe protrarsi per diversi giorni.
I bersagli individuati comprendono installazioni militari, capacità missilistiche, infrastrutture energetiche e siti del programma nucleare iraniano, sostenuti da esercitazioni aeree già in corso nella regione, sebbene non sia stato ancora chiarito se sia stata assunta una decisione definitiva sull’avvio dell’operazione.
Sull’ipotesi di nuovi raid è intervenuto direttamente il presidente statunitense Donald Trump che, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca secondo quanto riferito da Al Jazeera, ha dichiarato: “Li abbiamo colpiti duramente, e potremmo farlo ancora un po’“.
Dalla parte israeliana, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che lo stesso Donald Trump lo ha indicato come il leader più adatto per portare a termine la guerra contro Teheran, sostenendo che il presidente Usa intende “portare a termine il lavoro” avendo proprio lui come partner. Netanyahu ha inoltre ammonito Teheran, avvertendo che qualsiasi nuovo attacco iraniano verrà contrastato con “una forza e una potenza che non possono nemmeno immaginare”.
Sul campo marittimo la situazione si fa sempre più critica. Le autorità iraniane hanno riferito che sette petroliere legate agli Stati Uniti sono state colpite in una sola notte nello Stretto di Hormuz: quattro sono state attaccate direttamente dalle forze iraniane e hanno preso fuoco, mentre altre tre sono rimaste immobilizzate dopo aver urtato delle mine.
Si tratta del bilancio più grave registrato in un singolo giorno in questo tratto di mare dall’inizio del conflitto il 28 febbraio. Gli Stati Uniti, riferisce Al Jazeera, hanno respinto le dichiarazioni del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc), liquidandole come una manovra per far salire artificialmente i prezzi del petrolio in vista della scadenza elettorale statunitense.
Attraverso un comunicato diffuso sul sito Sepah News, l’Irgc ha minacciato direttamente Washington di voler colpire le basi Usa in Medio Oriente se le forze statunitensi continueranno a scortare le imbarcazioni attraverso lo stretto: “L’esercito statunitense deve sapere che, se questa tendenza continua, il conflitto si estenderà alle sue basi nella regione. Questo è un serio avvertimento”.
L’Iran rivendica il pieno controllo dello Stretto di Hormuz (canale strategico largo appena 30 chilometri nel suo punto più stretto e snodo cruciale per un quinto del petrolio mondiale e del gas dei Paesi del Golfo) e attacca regolarmente i mercantili che transitano senza autorizzazione.
In risposta all’intensificarsi delle scorte navali statunitensi e al blocco navale mantenuto da Washington sui porti iraniani per soffocare l’economia locale in una fase di stallo negoziale, Teheran ha ulteriormente alzato il livello dello scontro.
Parallelamente alle minacce sul campo, l’Iran ha fatto pervenire avvertimenti sia pubblici sia attraverso canali diplomatici riservati. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran ha chiarito che, in caso di nuova campagna aerea congiunta, la risposta non si limiterà alle navi e alle basi statunitensi, ma colpirà anche aeroporti, condutture e infrastrutture civili nei Paesi vicini del Golfo Persico, facendo leva sul proprio arsenale di missili e droni.
In questo quadro di forte destabilizzazione, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, partirà nelle prossime ore per l’Egitto su invito del presidente Abdel Fattah al-Sisi.
La missione diplomatica, orientata a ridurre le tensioni tra Usa e Iran, vedrà Guterres impegnato in una serie di colloqui con al-Sisi, con il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e con il segretario generale della Lega Araba, Nabil Fahmy, affrontando anche i dossier regionali relativi al Sudan e a Gaza. La visita coinciderà con la Giornata delle Nazioni Unite del 24 ottobre, occasione in cui il Segretario Generale terrà un discorso presso l’Università del Cairo.