TEL AVIV - Una giornata di drammatica tensione ha sconvolto il Medio Oriente venerdì 23 ottobre, teatro di due gravissimi episodi di violenza a distanza di poche ore.
Nella provincia giordana di Karak, uomini armati hanno aperto il fuoco durante un corteo funebre cristiano provocando un massacro, mentre presso l’incrocio di Giudea, alle porte di Hebron, un attacco condotto da un commando palestinese ha provocato il ferimento di cinque israeliani prima che gli aggressori venissero uccisi dalle forze armate.
L’episodio ha spinto il premier Benjamin Netanyahu ad annullare i propri impegni elettorali e a decretare la chiusura immediata di Hebron e il blocco totale della Cisgiordania a soli quattro giorni dal voto politico israeliano del 27 ottobre.
Nella provincia giordana di Karak, a sud della capitale Amman, si è consumato un sanguinoso agguato. Secondo le prime ricostruzioni diffuse dalla televisione di Stato Almamlaka, due uomini armati hanno preso di mira un corteo funebre presso la chiesa di Hamoud.
I colpi d’arma da fuoco esplosi contro i presenti hanno causato la morte di almeno sette persone e il ferimento di altre dieci. Le autorità di Amman hanno immediatamente fatto scattare una vasta caccia all’uomo nell’intera regione per rintracciare e catturare i due responsabili della sparatoria.
Nelle stesse ore, uno scontro a fuoco durato oltre venti minuti si è verificato in Cisgiordania, nei pressi del checkpoint di Farsh al-Hawa (noto anche come crocevia della Giudea), vicino alla città palestinese di Hebron. Due palestinesi di 27 anni originari del posto, armati di pistola e fucile automatico e legati ad Hamas secondo le valutazioni dell’Idf (Forze di difesa israeliane), sono giunti nell’area a bordo di un veicolo contenente una grande quantità di munizioni, pianificando un attacco di vasta portata in vista delle imminenti consultazioni elettorali.
I due aggressori in abiti civili hanno aperto il fuoco contro gli israeliani presenti. Un testimone, in un video girato durante le fasi concitate del raid, ha raccontato: “È in corso uno scambio di colpi tra i terroristi e le nostre forze, e non siamo ancora riusciti a evacuare i feriti”. I soldati dell’Idf si sono precipitati sul posto scontrandosi con gli assalitori e abbattendoli nei pressi di una stazione di servizio.
Il bilancio finale della sparatoria è di due aggressori morti e cinque israeliani feriti. Il servizio di soccorso Magen David Adom, guidato dal direttore generale Eli Bin, ha curato i feriti sul posto per poi trasferirli con urgenza al Centro Medico Shaare Zedek e all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. Due di essi si trovano in condizioni critiche, tra cui un ventenne in stato estremamente grave.
A seguito di una riunione d’urgenza con il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, i vertici dello Shin Bet, della Direzione dell’Intelligence Militare e del Comando Centrale, il premier Benjamin Netanyahu ha annunciato la stretta sulla regione occupata: “Rendo omaggio al coraggio dei nostri soldati che hanno agito con determinazione e hanno impedito quello che avrebbe potuto essere un attacco di vasta portata. Ho dato istruzioni alle Forze di Difesa Israeliane e alle forze di sicurezza di imporre immediatamente un cordone di sicurezza alla città di Hebron e di prepararsi a un blocco totale di tutta la Giudea e la Samaria a partire da oggi”.
L’esercito israeliano ha subito avviato un’imponente operazione antiterrorismo, blindando l’area dell’agguato, eseguendo perquisizioni nelle abitazioni dei due ventisettenni ed effettuando una vasta ondata di arresti.
Netanyahu ha inoltre annullato tutti gli appuntamenti della sua campagna elettorale per la rielezione di martedì e rivolto un secco avvertimento: “Daremo la caccia ai terroristi di Hamas e ai loro mandanti ovunque e in ogni momento. Non avete nessun posto dove nascondervi”.
Anche Gadi Eisenkot, ex capo dell’esercito e principale rivale politico di Netanyahu, ha lodato la pronta reazione delle truppe, augurando una rapida guarigione ai feriti.
Dall’estrema destra, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha cauto toni ancora più duri, invocando misure radicali verso la leadership di Ramallah pur in assenza di prove che colleghino l’Autorità Palestinese all’accaduto: “Il grave attacco di oggi è un doloroso, difficile e sanguinoso promemoria del prezzo di questo concetto: non dobbiamo aspettare il 7 ottobre in Giudea e Samaria. Il prossimo scontro scoppierà lì, dobbiamo agire prima che sia troppo tardi. L’Autorità Palestinese deve essere smantellata, disarmata e le infrastrutture terroristiche devono essere eliminate completamente. Il sangue dei nostri soldati non è sacrificabile”.
Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno salutato l’azione definendola “un’eccezionale ed eroica operazione” e una “risposta naturale e legittima ai crimini e ai brutali attacchi in corso contro il nostro popolo”, esprimendo cordoglio per la morte dei due ventisettenni senza tuttavia rivendicarne ufficialmente la paternità organizzativa.
L’episodio si inserisce in una fase di fortissima tensione e violenza sul territorio: secondo le rilevazioni dell’Afp basate sui dati del Ministero della Salute palestinese, dall’inizio del conflitto a Gaza nell’ottobre 2023 le forze o i coloni israeliani hanno ucciso 1.113 palestinesi in Cisgiordania. Nello stesso arco temporale, i dati israeliani attestano la morte di 49 israeliani, tra civili e personale di sicurezza, a causa di attacchi palestinesi o nel corso di operazioni militari.