NEW YORK - Il lungo e complesso percorso per la scelta del prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite è entrato nella sua fase più calda, ma lo spettro di un blocco istituzionale comincia a volteggiare sul palazzo di Vetro. Nel corso della sesta consultazione informale a porte chiuse, nessuno dei sette candidati ufficiali in corsa per succedere ad Antonio Guterres è riuscito a superare la prova del Consiglio di Sicurezza senza incassare il giudizio contrario di almeno due membri permanenti. 

L’esito dell’urna dimostra la freddezza delle grandi potenze nei confronti della lista attuale e spalanca la strada all’ingresso di nuovi aspiranti prima della scadenza del mandato di Guterres, fissata per il 31 dicembre. 

La votazione ha rappresentato un passaggio cruciale poiché ha inaugurato per la prima volta l’uso del sistema “di colore”. Fino a oggi, i 15 Paesi del Consiglio di Sicurezza avevano espresso le proprie preferenze in condizioni di apparente parità. Nel nuovo scrutinio, pur rimanendo anonimo, il voto ha distinto nettamente il peso politico delle diplomazie: Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Francia e Russia (i cosiddetti P-5) hanno utilizzato schede rosse per manifestare le proprie opzioni, mentre i dieci membri a rotazione hanno impiegato schede bianche. Per ciascun candidato, i delegati potevano scegliere tra tre opzioni: “incoraggia”, “scoraggia” o “nessuna opinione”. 

I risultati attestano la profonda mancanza di consenso tra le superpotenze. La settantenne costaricana Rebeca Grynspan, alla guida dell’agenzia Onu per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) e già in testa nelle precedenti tornate, è risultata la meno penalizzata, raccogliendo nove giudizi favorevoli (tra cui tre dei membri permanenti), un’astensione e cinque contrari, due dei quali espressi da potenze dotate di diritto di veto.  

L’ex ministra degli Esteri della Guyana, la cinquantatreenne Carolyn Rodrigues-Birkett, ha ottenuto otto voti favorevoli (compresi tre P-5) e sei contrari, inclusi due veti delle grandi potenze. Ha appaiato la diplomatica della Guyana il sessantacinquenne argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), anche lui con otto pareri favorevoli (due da membri permanenti) e sei contrari, di cui due da parte dei P-5. 

I restanti quattro candidati (su una rosa iniziale composta complessivamente da quattro donne e tre uomini) sono rimasti staccati con scarse possibilità di proseguire la competizione. Sebbene i voti negativi non costituiscano ancora un veto formale, mostrano chiaramente la mancanza di sintonia tra i “Cinque Grandi”. 

Il quadro attuale favorisce la comparsa di nuove candidature in grado di mediare tra i divergenti interessi di Washington, Pechino, Londra, Parigi e Mosca. Nelle ultime ore sono compresi i nomi dell’emiratina Lana Nusseibeh e del turco Feridun Sinirlioglu, sebbene si tratti al momento di semplici speculazioni. 

Commentando l’esito del voto nei corridoi del quartier generale di New York, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Onu, Mike Waltz, ha confermato l’apertura a nuovi ingressi: “I Paesi hanno il diritto di farlo. Abbiamo bisogno di fare le cose per bene. Ci stiamo concentrando su questo, senza farci guidare necessariamente da scadenze o altri vincoli”. 

Waltz ha chiarito che Washington non intende sentirsi vincolata dalla regola informale della rotazione geografica (che favorirebbe l’America Latina) né dalla spinta ad avere per la prima volta una donna alla guida dell’organizzazione nei suoi oltre ottant’anni di storia: “Se fosse una donna, lo vedremmo con favore. Ma abbiamo sempre detto che abbiamo bisogno della persona migliore per il ruolo”.  

Il diplomatico statunitense ha rivendicato l’impatto delle riforme promosse dagli Usa sull’ente: “Questa istituzione ha cercato di essere tutto per tutti. L’abbiamo messa a dieta e ci abbiamo guadagnato tutti, per fare in modo che torni a concentrarsi sulla pace e sulla sicurezza”. 

La selezione avviene mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite attraversa una delle fasi più complesse della sua storia, segnata dal moltiplicarsi dei conflitti globali, dalle spaccature interne al Consiglio di Sicurezza e da rilevanti difficoltà finanziarie. 

Non esistono un calendario prefissato per le prossime votazioni né un termine ultimo per la presentazione di nuove candidature. In passato, la nomina di Antonio Guterres si sbloccò a ottobre, garantendo due mesi di transizione, mentre nel caso di Kofi Annan l’intesa arrivò appena 18 giorni prima dell’insediamento. Diversi diplomatici non escludono l’eventualità inedita di giungere al 1° gennaio 2027 senza una nomina ufficiale, uno scenario mai verificatosi prima che aprirebbe una crisi istituzionale dalle conseguenze imprevedibili, anche se lo stesso Waltz ha ribadito che si tratta di un’ipotesi che nessuno auspica.