MOSCA - La Russia non si sta preparando a una guerra contro il Vecchio Continente, ma non intende recedere dai propri propositi sul fronte ucraino. In una serie di dichiarazioni riprese dall’agenzia Interfax, il presidente russo Vladimir Putin ha smentito le opzioni di un’escalation militare contro l’Europa, definendo “schizofrenia politica” i moniti occidentali su presunti preparativi bellici di Mosca contro i Paesi europei: “I Paesi europei non vogliono combattere contro la Russia e Mosca non si sta preparando a una guerra con l’Europa”. 

Sul dossier ucraino, il capo del Cremlino ha ribadito la disponibilità di Mosca a raggiungere un’intesa, senza tuttavia rinunciare agli scopi prefissati dall’invasione: “Penso che potremmo raggiungere un accordo sull’Ucraina, ma se qualcuno vuole che vada diversamente, allora andrà diversamente. Realizzeremo comunque i nostri obiettivi”. Putin ha chiarito la posizione russa in merito alle rivendicazioni territoriali, affermando che il Donbass “non è territorio dell’Ucraina, ma una terra storicamente russa”, definendo di conseguenza “inappropriato parlare di perdite territoriali” da parte di Kiev. 

Il presidente russo ha poi riferito di aver concordato con Steve Witkoff, inviato speciale del presidente Usa Donald Trump, la disponibilità a riprendere i contatti trilaterali per discutere della sicurezza di Russia e Ucraina una volta trovata una soluzione definitiva al conflitto. Secondo quanto spiegato da Putin, Witkoff ha sottolineato la necessità di affrontare in futuro anche la futura architettura di sicurezza europea, riscontrando il favore di Mosca. 

Putin ha sostenuto che la Russia “non vuole combattere contro l’Ucraina”, aggiungendo tuttavia: “Ma se Kiev vuole farlo, allora combatta”. Il leader russo ha espresso perplessità sul perché la dirigenza ucraina ritenga che “il mondo intero debba combattere per lei e rifornirla di armi”, sostenendo che, pur rimanendo nel Paese persone motivate, la mobilitazione forzata stia riducendo la determinazione della popolazione e sostenendo la presenza di mezzo milione di disertori. 

I colloqui di pace tra Russia e Ucraina, in fase di stallo dall’inizio dell’anno, riprenderanno ufficialmente a novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, con la mediazione degli Stati Uniti. L’annuncio ufficiale è giunto dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. 

La disponibilità della Russia a tornare al tavolo negoziale si è concretizzata a seguito dell’incontro avvenuto mercoledì tra Putin e l’inviato statunitense Witkoff, incassando anche l’apertura del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Tuttavia, la ripresa dei colloqui si inserisce in un quadro geopolitico complesso, segnato dalla recente decisione della Casa Bianca di revocare le sanzioni contro Mosca e dal nuovo accordo per l’importazione di diesel russo negli Stati Uniti. 

Parallelamente alla mediazione Usa, anche i leader europei si stanno muovendo d’urgenza per individuare figure in grado di interloquire direttamente con Vladimir Putin. Secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche al Telegraph, sono già stati avviati contatti con potenziali candidati: tra i nomi proposti per rappresentare l’Europa figurano la premier italiana Giorgia Meloni, il presidente finlandese Alexander Stubb, il presidente ceco Petr Pavel, la premier danese Mette Frederiksen e il premier norvegese Jonas Gahr Støre. 

L’esigenza di trovare rappresentanti europei da affiancare ai colloqui di pace è scaturita dall’inconcludenza di oltre un anno di tentativi di mediazione condotti dagli Stati Uniti (rimasti in gran parte bloccati dal rifiuto di Putin di abbandonare le proprie pretese territoriali massimaliste) e dai crescenti timori che la linea politica di Donald Trump non tuteli appieno gli interessi del Continente. 

Una fonte informata sulle consultazioni ha spiegato al Telegraph la strategia in atto tra i governi europei: “Ciò che l’Europa ha imparato è che deve esserci innanzitutto un consenso sul fatto che dobbiamo negoziare con i russi. In secondo luogo, deve esserci un consenso su quale sia tale posizione”.