ROMA - Una fotografia – ritenuta “significativa” – e un silenziatore sono stati sequestrati a uno dei quattro indagati nell’inchiesta milanese sui presunti “cecchini del weekend” a Sarajevo, italiani che negli anni Novanta sarebbero andati in Bosnia per sparare sui civili durante l’assedio della città.
La perquisizione è stata eseguita dai carabinieri del Ros, su delega del pm di Milano Alessandro Gobbis e del procuratore Marcello Viola, nell’abitazione di un uomo di 64 anni, prossimo ai 65, residente in provincia di Alessandria ed ex dipendente del Comune di Genova. L’indagato, sentito nei mesi scorsi, non aveva risposto alle domande degli inquirenti.
Secondo quanto emerso, la perquisizione si fonda anche sulle testimonianze della ex moglie e della ex compagna dell’uomo. La fotografia sequestrata lo ritrarrebbe in primo piano, in divisa, in un luogo non ancora definito, ma che gli investigatori ritengono possa trovarsi in Bosnia. L’immagine potrebbe aiutare a ricostruire il periodo in cui sarebbe stata scattata.
Oltre alla foto è stato sequestrato anche un silenziatore, insieme con altro materiale (non ritenuto però decisivo ai fini dell’inchiesta): un taglierino con una svastica, un tesserino e una coppa che attesterebbero la frequentazione di un poligono di tiro.
Nell’indagine, oltre al residente nell’Alessandrino, risultano indagati un ex camionista friulano di 80 anni, un imprenditore di 64 anni che vive in Brianza e un uomo toscano. I primi tre sono già stati convocati in Procura nei mesi scorsi e si sono difesi con memorie, dichiarazioni spontanee o avvalendosi della facoltà di non rispondere.
L’ipotesi contestata è omicidio volontario aggravato dai motivi abietti. Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero ucciso civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, sparando con fucili di precisione dalle colline attorno a Sarajevo, durante l’assedio della città da parte dei serbo-bosniaci, tra il 1992 e il 1995.
Nel decreto di perquisizione sono riportati alcuni passaggi della testimonianza della ex compagna del sessantaquattrenne, che ha raccontato che l’uomo le avrebbe spiegato di avere incubi perché in passato “aveva ucciso delle persone”, riferendole di essere andato in Bosnia a combattere durante la guerra.
Le avrebbe detto, secondo il verbale, che partiva da Milano in aereo e che con lui c’erano persone che facevano il weekend “per fare il cecchino per sparare ai musulmani”.
Sempre secondo la testimonianza, l’uomo le avrebbe parlato di un silenziatore per armi e avrebbe conservato “gelosamente” una fotografia con una scritta in lingua straniera sul retro, che sarebbe servita come autorizzazione per accedere alle zone di guerra. La donna ha riferito anche della presenza, sulla foto, di segni che avrebbero rappresentato “una sorta di conta” delle persone uccise.
La Procura riporta inoltre alcune frasi che il presunto cecchino piemontese avrebbe rilasciato in passato a una giornalista, affermando di essere andato nei Balcani “perché detestavo i musulmani” e di avere ancora incubi la sera.
L’inchiesta è nata da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida, sui cosiddetti “safari” dell’orrore: viaggi organizzati, secondo la denuncia, da persone che avrebbero pagato denaro alle milizie di Radovan Karadzic per sparare sui civili “per divertimento”.
Per il 29 giugno è previsto un incontro di coordinamento nella sede di Eurojust, all’Aia, tra gli inquirenti di Italia, Belgio e Bosnia, e sulla vicenda stanno svolgendo accertamenti anche Svizzera e Austria.