RAMALLAH - Non si ferma la scia di violenze perpetrate dai coloni israeliani ai danni delle comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata.
In un doppio raid coordinato durante la notte, un gruppo di coloni ha vandalizzato e poi appiccicato il fuoco a due moschee nei villaggi di Jiljilya e di Mazra’a al-Nubani, situati a circa 13 chilometri a nord di Ramallah.
I video diffusi dagli attivisti locali e dalle testate giornalistiche intorno alle 2:30 ora locale mostrano dense colonne di fumo uscire dall’ingresso degli edifici sacri e le facciate annerite dalle fiamme, prima che l’arrivo dei vigili del fuoco consentisse di domare i roghi.
Non si registrano feriti, ma sulle pareti dei luoghi di culto sono state lasciate diverse scritte in ebraico che richiamano esplicitamente gli slogan di rappresaglia delle frange più radicali del movimento dei coloni: “Ragazzi, svegliatevi”, “Vendetta”, “Notte delle moschee” e “Saluti del detenuto”. Messaggi che, secondo gli analisti, ricalcano la retorica usata in passato per esprimere sostegno agli attivisti estremisti arrestati.
Questi ultimi roghi arrivano a pochi mesi di distanza da altri attacchi contro i luoghi di culto islamici nella regione, tra cui il grave danneggiamento di una moschea nel villaggio di Tell, vicino a Nablus. La tensione è rimasta altissima anche nelle prime ore del mattino, quando alcuni coloni provenienti dall’insediamento illegale di Yitzhar hanno preso d’assalto un’abitazione palestinese a colpi di pietra nel villaggio di Burin, a sud di Nablus.
La zona di Jiljilya era già stata teatro di gravi disordini non molto tempo fa. Il 13 maggio, un ragazzo palestinese di soli 16 anni era stato ucciso in un attacco coordinato tra milizie di coloni e soldati israeliani nei pressi del villaggio. In quell’occasione, gli assalitori avevano fatto terra bruciata delle risorse locali, rubando agli agricoltori palestinesi trattori e centinaia di capi di bestiame.
Secondo le denunce delle organizzazioni umanitarie e degli attivisti, negli ultimi tre anni la violenza in Cisgiordania è cresciuta in modo esponenziale, spesso sotto lo sguardo inerte delle forze israeliane e della polizia di frontiera. A preoccupare è anche il coinvolgimento sempre più frequente di coloni armati in uniforme militare che compiono tali incursioni anche quando non sono formalmente in servizio.
Gli incendi di questa notte si inseriscono in un quadro drammatico tracciato dalle Nazioni Unite. Dal 2022 a oggi si registra un’impennata di assalti che ha toccato il suo picco storico nel 2025, definito dall’Onu l’anno record per numero di violenze dall’inizio delle rilevazioni sistematiche.
I dati raccolti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) mostrano una crescita geometrica delle vittime. Nel 2025 i palestinesi uccisi direttamente dai coloni sono stati almeno sette, contro i tre dell’anno precedente, registrando un aumento del 133%, mentre i ferimenti sono passati da 362 a 832 in dodici mesi, con una crescita del 130%.
Guardando al bilancio a lungo termine, tra gennaio 2023 e dicembre 2025 si contano almeno 26 morti e 1.570 feriti. Allargando lo specchio temporale dal 2008 a oggi, il conteggio complessivo sale a 61 morti e 3.778 feriti, tra cui si contano centinaia di donne e minori.
Solo nel 2025, l’Ocha ha documentato oltre 1.800 attacchi che, pur senza causare sempre vittime, hanno provocato devastazioni di case, incendi, distruzione di terreni agricoli e danni alle infrastrutture essenziali, specialmente nei distretti di Ramallah, Nablus ed Hebron.
L’impatto di questa costante pressione e della parallela espansione degli avamposti illegali sta ridisegnando la demografia delle aree rurali. Le organizzazioni sul campo denunciano lo sfollamento forzato di migliaia di palestinesi, in particolare all’interno delle comunità beduine e pastorali che vivono nell’Area C della Cisgiordania, private delle loro tradizionali sorgenti d’acqua e dei pascoli.
A subire i danni maggiori è il comparto agricolo. Proprio durante la raccolta delle olive del 2025, l’Onu ha registrato decine di aggressioni fisiche ai danni dei contadini e il vandalismo o l’abbattimento di migliaia di ulivi e alberi da frutto. Quello del raccolto, storicamente il momento economico e sociale più importante dell’anno per le comunità rurali palestinesi, si è ormai trasformato nel periodo di massima e più pericolosa tensione geopolitica dell’intera regione.