WASHINGTON - Un editoriale sulla crisi energetica pubblicato da un piccolo settimanale della Florida era stato in realtà scritto utilizzando il chatbot ChatGPT da utenti che si trovavano in Iran, nell’ambito di una strutturata “campagna di influenza” ordita da Teheran. A rivelarlo è il Washington Post, secondo cui dietro la firma dell’autore dell’articolo, Ervin Hoskins, si nascondevano in realtà agenti della propaganda iraniana.
“Il conto continuerà a pesare sui cittadini statunitensi anche dopo la fine dei combattimenti”, avvertiva l’articolo pubblicato sul Port St. Joe Star, ma apparso anche su testate di maggiore rilievo come Daily Kos e Middle East Monitor, che insieme contano oltre tre milioni di follower su Facebook.
Il nome di Hoskins è comparso in diversi articoli critici nei confronti della guerra, ma OpenAI, la società sviluppatrice di ChatGPT, ha dichiarato che i contributi a sua firma erano stati generati dall’intelligenza artificiale e che non si trattava di un caso isolato. Secondo l’azienda, l’operazione ha portato alla pubblicazione di circa 100 articoli falsi su almeno 20 testate giornalistiche.
La stessa fotografia dell’autore che accompagnava l’articolo di Hoskins sul Port St. Joe Star era stata creata mediante gli strumenti di intelligenza artificiale di OpenAI.
Molte delle testate coinvolte erano specializzate in politica e affari esteri. Gli articoli elaborati dalla rete affrontavano una serie di argomenti relativi al Medio Oriente, mettendo in evidenza le conseguenze negative dei conflitti per i cittadini Usa. Quella di Hoskins era una delle sette firme fittizie utilizzate nella serie di articoli, prodotti da utenti che impartivano le istruzioni al chatbot in lingua persiana.
Dopo aver generato i testi in inglese, gli utenti in Iran chiedevano a ChatGPT di adattare le bozze ai criteri editoriali di specifiche testate e di redigere la mail di candidatura da inviare ai redattori, presentando i finti autori come giornalisti freelance, analisti politici o attivisti per la pace.
Alcune di queste identità comparivano anche su account di social media e sulla piattaforma Medium con gli stessi nomi e le medesime immagini di profilo. Secondo gli strumenti di verifica di OpenAI, anche per la foto profilo di un’altra presunta autrice, Ericka Feusier, è stato accertato l’uso dell’intelligenza artificiale. Middle East Monitor, testata incentrata sulla causa palestinese, ha pubblicato almeno 21 articoli sotto firme identificate come false da OpenAI, tra cui Hoskins, Michael Harrison, Jenny Williams e Alice Johnson.
Con il progressivo potenziamento dei modelli di intelligenza artificiale, diverse redazioni si sono trovate costrette a cancellare contenuti generati da IA e pubblicati sotto false identità sfuggite ai controlli iniziali. Lo scorso anno Business Insider e Wired hanno rimosso una serie di articoli a firma di una presunta Margaux Blanchard.
Tuttavia, mentre per la Blanchard non è stato chiarito chi muovesse i fili, OpenAI ha confermato in un rapporto sulle campagne di influenza politica che la figura di Hoskins rientrava in un’operazione mirata a condizionare il dibattito sulle operazioni militari statunitensi e sull’Iran.
David Adlerstein, editore del Port St. Joe Star (settimanale della contea di Gulf, in Florida, area di circa 15.000 abitanti), ha spiegato in un’e-mail che l’articolo di Hoskins gli era stato proposto da PeaceVoice, un piccolo centro studi progressista dell’Oregon che inviava contenuti alla testata da anni.
“Poiché ci troviamo in una zona della Florida fortemente repubblicana, di solito non pubblico gli articoli di PeaceVoice, ma questo mi è sembrato stimolante e non un attacco violento al signor Trump, cosa che sarebbe stata problematica per gran parte dei nostri lettori”, ha dichiarato Adlerstein.
Fidandosi del canale di PeaceVoice, l’editore non aveva ritenuto necessario verificare la provenienza del testo né l’identità dell’autore. Tom Hastings, direttore fondatore di PeaceVoice, ha dichiarato che l’organizzazione ha successivamente irrigidito la propria politica aziendale sul divieto di utilizzo dell’IA dopo essere stata contattata da OpenAI.
OpenAI ha bloccato gli account responsabili dell’operazione e impedito l’accesso a ChatGPT dall’Iran. “L’attività nel suo complesso appariva coerente con quella di un soggetto commerciale impegnato a condurre una campagna di influenza su commissione, ma non siamo in grado di identificare lo specifico soggetto coinvolto”, ha affermato la società, precisando di aver “condiviso le informazioni relative a questo caso con le autorità competenti”.
Le testate coinvolte, tra cui Middle East Monitor e Daily Kos, hanno comunicato di aver rimosso gli articoli pubblicati sotto le false firme e di aver avviato un riesame delle proprie procedure interne.
Su Daily Kos, gli articoli firmati da Hoskins erano stati caricati su una sezione aperta alla comunità degli utenti, i cui contenuti non sono sottoposti a una preventiva revisione redazionale. Markos Moulitsas, fondatore del sito, ha sottolineato in un’e-mail l’impatto distruttivo dell’operazione: “Abbiamo già difficoltà con membri della comunità che accusano altri di essere bot o account falsi semplicemente perché non sono d’accordo con loro. Un’operazione come questa getta benzina sul fuoco”, ha dichiarato, aggiungendo che “è in gioco la fiducia stessa della nostra comunità“.