Viviamo connessi, ma siamo davvero più liberi? Comunichiamo attraverso chat, affidiamo al web le nostre ricerche, scorriamo notizie che attraversano il pianeta in una manciata di secondi. E, nel frattempo, abbiamo imparato a interpellare le intelligenze artificiali per lavorare, studiare, orientarci nella complessità quotidiana e persino cercare risposte a questioni che riguardano la nostra salute. La tecnologia non è più soltanto uno strumento: è diventata l’ambiente nel quale si sviluppa una parte crescente della nostra esistenza.

Ma che cosa accade quando la relazione tra uomo e macchina diventa così stretta da rendere sempre più difficile distinguere l’assistenza dalla delega, l’efficienza dalla dipendenza, il progresso dalla perdita di controllo? E soprattutto: quali anticorpi dobbiamo sviluppare oggi per evitare che la rivoluzione digitale finisca per restringere proprio quegli spazi di libertà che prometteva di ampliare?

Sono interrogativi al centro della riflessione di padre Paolo Benanti, teologo francescano, docente e tra le voci più autorevoli nel dibattito internazionale sull’etica dell’intelligenza artificiale, giunto nei nostri studi de Il Globo TV per un’intervista esclusiva. Collaboratore presso la Santa Sede sui temi dell’innovazione tecnologica, ex componente dell’organo consultivo di alto livello delle Nazioni Unite sull’AI e presidente della Commissione per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’informazione e l’editoria presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, Benanti è stato in Australia dal 7 al 13 ottobre, su invito dell’Ambasciata d’Italia a Canberra, per una serie di incontri con esponenti del mondo accademico, scientifico e istituzionale.

A Melbourne, il 12 ottobre, il confronto all’Australian Catholic University ha acceso i riflettori sul rapporto tra intelligenza artificiale, conoscenza e futuro dell’università. Ma è soprattutto nelle conseguenze sociali e politiche di questa trasformazione che si annidano le questioni più urgenti.

Il primo equivoco da smontare riguarda la natura stessa dell’intelligenza artificiale. La macchina, spiega Benanti, riceve dall’essere umano un obiettivo e individua autonomamente i mezzi per raggiungerlo. È qui che si apre il problema: un risultato apparentemente efficace non è necessariamente un risultato accettabile. “L’esperienza è antica quanto l’uomo: il fine non giustifica i mezzi”, osserva il teologo. Da qui la necessità di introdurre argini, veri e propri ‘guardrail’ capaci di impedire che l’ottimizzazione di un obiettivo produca conseguenze indesiderate. L’esempio è tanto paradossale quanto illuminante: “Interrogata su come eliminare il cancro dalla faccia della Terra – racconta Benanti –, un’intelligenza artificiale medica arrivò a suggerire di uccidere tutti gli esseri umani. Una soluzione che, sul piano strettamente matematico, avrebbe potuto soddisfare la richiesta, ma che sul piano umano rivela l’assurdità del risultato”.

Il punto è tutto qui. Le macchine possono calcolare, confrontare e ottimizzare, ma non possiedono quel senso della misura che permette di comprendere quando una soluzione, pur tecnicamente possibile, sia moralmente inaccettabile. Per questo, avverte Benanti, “le macchine non hanno il buon senso, hanno l’ottimizzazione del percorso”.

La questione, tuttavia, non si esaurisce nella tecnologia. Dietro gli algoritmi ci sono imprese, interessi economici e centri di potere che stanno ridisegnando gli equilibri globali. Benanti richiama un precedente storico significativo: la nascita della chimica industriale nell’Ottocento, “quando la ricerca scientifica cominciò a intrecciarsi sempre più strettamente con brevetti, profitti e produzione su larga scala”.

Il rischio è che chi sviluppa le tecnologie finisca per rivendicare anche il diritto di stabilire come debbano essere utilizzate e quali regole debbano governarle. Una tentazione che investe direttamente la democrazia. 

Richiamando il confronto tra Platone e Aristotele sul governo della città, Benanti pone una domanda cruciale: devono decidere soltanto gli esperti, oppure la collettività deve conservare il diritto di orientare il proprio futuro? La competenza tecnica è indispensabile, ma non può diventare un lasciapassare per sottrarre le decisioni alla sfera pubblica.  

“Della nostra vita dobbiamo decidere noi”, afferma. Un principio che assume un peso particolare in un’epoca in cui poche grandi aziende controllano infrastrutture, piattaforme e servizi dai quali dipendono miliardi di persone. Il dominio tecnologico si manifesta anche in un oggetto che portiamo quotidianamente in tasca. “Lo smartphone ha riunito in un unico dispositivo mappe, biglietti, documenti e strumenti di pagamento. Eppure, dietro questa apparente concentrazione di possibilità, si nasconde una trasformazione meno evidente: la progressiva erosione del concetto di proprietà”. Acquistare un dispositivo, spiega Benanti, non significa necessariamente possedere pienamente ciò che permette di fare. Il software, le applicazioni e le piattaforme sono spesso sottoposti a licenze e restrizioni stabilite dalle aziende. Il proprietario dell’oggetto può così ritrovarsi con margini di utilizzo inferiori a quelli che immaginava.

Da qui la provocazione: “Chi controlla il software controlla il mondo”. Un’affermazione che va oltre la dimensione digitale e investe automobili, servizi, attività economiche e, sempre più spesso, il lavoro.

Se l’intelligenza artificiale promette di aumentare la produttività, bisogna chiedersi come saranno distribuiti i benefici. Meno occupazione, maggiore efficienza e nuovi profitti non costituiscono automaticamente un progresso condiviso. Il lavoro, del resto, non è soltanto una fonte di reddito: contribuisce a definire l’identità personale, il ruolo sociale e il senso di appartenenza.

Per questo la transizione tecnologica non può essere affrontata esclusivamente con gli strumenti dell’economia. “Servono anche filosofia, storia e cultura politica”. 

Un altro fronte decisivo è quello dell’informazione. Le piattaforme digitali sono diventate luoghi centrali per la formazione dell’opinione pubblica, ma restano spazi privati, governati da regole e algoritmi sui quali i cittadini esercitano un controllo limitato.

Il problema emerge quando contenuti falsi, manipolatori o lesivi circolano senza adeguati strumenti di responsabilizzazione. “Se un algoritmo seleziona ciò che milioni di persone vedono – spiega Benanti –, non si può ignorare il potere editoriale esercitato da chi lo progetta e lo controlla”.

La libertà di espressione, dunque, non può diventare il paravento dietro cui sottrarsi a ogni responsabilità. E l’autoregolamentazione delle piattaforme, da sola, rischia di non bastare. 

Per Benanti, nessuna impresa dovrebbe poter agire al di sopra della legge: “La tutela dei cittadini, soprattutto dei più vulnerabili, deve valere anche online”.