GAZA - Marwan Barghouti è una delle figure più divisive e influenti del panorama politico mediorientale. Per gli israeliani è un terrorista e uno dei principali responsabili della Seconda Intifada.

Per i palestinesi, invece, è uno dei leader più amati, quello che vorrebbero alla loro guida, ingiustamente condannato e spesso identificato come il “Mandela palestinese”. L’autorevole The Economist lo ha definito “il prigioniero più importante del mondo”, e nel 2010 è stato anche candidato al Premio Nobel per la Pace. 

Quel che è certo è che il nome di Barghouti, l’ex segretario generale di Fatah in Cisgiordania e capo della milizia Tanzim, è in cima alla lista dei prigionieri che Hamas vuole siano scarcerati da Israele, in cambio del rilascio degli ostaggi ancora a Gaza.

Parallelamente, da settembre 2023 Barghouti è in testa a tutti i sondaggi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sul candidato più popolare per assumere la presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). I dati di maggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research lo danno in testa, mentre vedono l’attuale leader, Mahmoud Abbas, al terzo posto. 

Nato nel 1962 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah, in Cisgiordania, Barghouti sta attualmente scontando cinque ergastoli nel carcere israeliano di Hedarim, dove è detenuto da oltre 25 anni. La condanna è arrivata con l’accusa di aver orchestrato attacchi contro israeliani, accuse che lui ha sempre negato. 

Barghouti è un membro di spicco del Comitato Centrale di Fatah e del Consiglio Legislativo Palestinese (Plc). È considerato uno dei candidati più forti alla successione di Mahmoud Abbas e si prevedeva che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del luglio 2021. Insieme a Nasser Kidwa, ha guidato la lista “Libertà” in vista delle elezioni legislative del maggio 2021. Entrambe le elezioni sono state annullate da Abbas. 

Il suo impegno politico risale agli anni della gioventù: nel periodo precedente la Prima Intifada, Barghouti era un leader studentesco dell’Università di Bir Zeit. A 18 anni fu arrestato come militante di al-Fatah e, in sei anni di carcere, imparò a parlare fluentemente ebraico. Fu espulso da Israele in Giordania nel maggio 1987 e un anno dopo fu eletto nel Consiglio rivoluzionario palestinese a Tunisi. Gli fu permesso di tornare in Cisgiordania solo nel 1993, in base agli Accordi di Oslo, e l’anno successivo divenne segretario generale di Fatah in Cisgiordania. 

Nel 1996 fu eletto membro del Consiglio legislativo palestinese con un fortissimo appoggio, lanciando una dura campagna contro gli abusi dei diritti umani da parte dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat e contro la corruzione che dilagava nel gruppo dei cosiddetti “tunisini” (cioè legali agli ufficio dell’Olp a Tunisi). Proprio quella presa di posizione, secondo molti osservatori, avrebbe dato la spinta determinante alla sua ascesa e aumentato il suo carisma, pur allontanandolo da Arafat del quale era precedentemente considerato l’erede politico. 

Durante la Seconda Intifada, Barghouti avrebbe diretto attacchi militari contro obiettivi israeliani. Israele lo accusa di aver fondato le Brigate dei Martiri di al-Aqsa in quel periodo. Il leader palestinese era da mesi nel mirino del governo israeliano: nell’agosto del 2001 era sfuggito miracolosamente ad un attacco, sopravvivendo a un missile lanciato contro la sua auto. 

Barghouti è stato catturato nell’aprile del 2002 a Ramallah, durante l’operazione “Scudo difensivo”, e condannato per terrorismo da un tribunale militare israeliano. Anche in carcere, Barghouti è rimasto una figura attiva nel movimento dei prigionieri, pubblicando diversi articoli con cui comunicava con il mondo esterno. 

Durante la sua prigionia, ha avuto un ruolo chiave nella promozione dell’unità tra le fazioni. Ad esempio, ha contribuito alla stesura del Documento di conciliazione nazionale dei prigionieri del 2006, che ha co-firmato con figure di spicco di diverse organizzazioni, tra cui Abdulkhaleq al-Natsheh di Hamas, Bassam Sa’adi della Jihad islamica palestinese, Abdel Rahim Mallouh del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e Mustafa Badarneh del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Successivamente, nel 2017, ha guidato uno sciopero della fame su larga scala per chiedere il rispetto dei diritti e condizioni migliori per i detenuti.