PECHINO - Durissimo attacco della Cina contro il Giappone in occasione del 54º anniversario della Dichiarazione congiunta del 29 settembre 1972, il documento storico che sancì la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Pechino e Tokyo. Il governo cinese ha accusato il vicino nipponico di aver “gravemente danneggiato” le basi politiche delle relazioni bilaterali, chiedendo un’immediata correzione di rotta sulle posizioni relative a Taiwan e alla memoria bellica, oltre a denunciare una crescente “rimilitarizzazione” del Paese. 

Durante la consueta conferenza stampa a Pechino, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha rievocato lo spirito del 1972: “Cinquantaquattro anni fa, proprio oggi, i leader della vecchia generazione di Cina e Giappone firmarono e pubblicarono la Dichiarazione congiunta con straordinaria lungimiranza politica e coraggio, realizzando la normalizzazione delle relazioni diplomatiche”. Guo ha ricordato come in quel testo Tokyo avesse espresso una “profonda riflessione” sulle proprie responsabilità di guerra, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese come unico governo legittimo e dichiarando di “comprendere pienamente e rispettare” la posizione di Pechino su Taiwan quale parte inseparabile del territorio cinese. 

Insieme agli altri tre documenti fondamentali sottoscritti negli anni successivi, tali intese “hanno posto le fondamenta politiche e giuridiche delle relazioni sino-giapponesi” e fissato le regole per gestire le questioni di principio. “Non devono essere distorti, non si può tornare indietro e ancor meno possono essere danneggiati”, ha avvertito Guo. 

Oggi, tuttavia, la prospettiva appare compromessa. Secondo il portavoce, “oltre mezzo secolo dopo, le relazioni sino-giapponesi si trovano nuovamente di fronte a una situazione grave” perché “la loro base politica è stata seriamente compromessa”. L’accusa rivolta alla leadership giapponese è di non aver riflettuto sulle responsabilità storiche dell’aggressione militare e di aver sostenuto che “un’emergenza a Taiwan costituirebbe una situazione di crisi per la sopravvivenza del Giappone”. 

Il riferimento di Pechino riguarda le affermazioni rese il 7 novembre 2025 dalla premier giapponese Sanae Takaichi davanti alla commissione Bilancio della Camera bassa. In merito a un ipotetico blocco cinese dell’isola attuato “utilizzando navi da guerra” e accompagnato “dall’uso della forza”, Takaichi aveva spiegato che la fattispecie “potrebbe senza dubbio configurare una situazione di crisi per la sopravvivenza” del Giappone. 

Nella legislazione di sicurezza nipponica, la “situazione di crisi per la sopravvivenza” rappresenta una delle condizioni legali che consentono al Paese di esercitare il diritto di autodifesa collettiva. Per Pechino, che considera Taiwan una questione inderogabile di sovranità nazionale, tali parole equivalevano a ventilare un intervento armato nello Stretto, traducendosi in un’interferenza negli affari interni e in una violazione degli accordi del 1972. Nonostante le richieste formali di ritiro della dichiarazione, la premier si era rifiutata di ritirarla, precisando che la linea tradizionale del governo non cambiava e che l’eventuale ricorso all’autodifesa sarebbe stato valutato sulle circostanze concrete, assicurando per il futuro di evitare scenari specifici.  

Guo ha infine accusato Tokyo di alimentare il timore di presunte “minacce esterne” al solo scopo di accelerare la propria “rimilitarizzazione”, mettendo a suo dire in discussione l’ordine internazionale del dopoguerra e la stabilità regionale. 

Sulla stessa linea si è espresso il ministro degli Esteri cinese Wang Yi incontrando a Pechino Takeshi Iwaya, ex ministro degli Esteri e attuale presidente dell’Associazione giapponese per la promozione del commercio internazionale. Wang ha confermato che i rapporti bilaterali si trovano “ancora una volta di fronte a una situazione grave” e devono essere riportati sui giusti binari. 

“Per il Giappone è urgente correggere al più presto le parole e le azioni errate dei propri leader sulla questione di Taiwan, è importante assumere un atteggiamento corretto sulle questioni storiche ed è fondamentale sviluppare una percezione obiettiva e razionale della Cina”, ha scandito Wang.  

Il capo della diplomazia di Pechino ha richiamato anche l’80º anniversario dell’apertura del processo di Tokyo contro i criminali di guerra giapponesi, avvertendo che se il Giappone non trarrà lezione dal passato, tenterà di “ribaltare il giudizio sulla storia dell’aggressione” o metterà in discussione la “Costituzione pacifista” del dopoguerra, non potrà “aprire il futuro”. 

Da parte sua, Iwaya ha riconosciuto che il quadro attuale “è motivo di preoccupazione”, auspicando un ritorno “allo spirito e al punto di partenza dei quattro documenti politici” e ribadendo che il Giappone “non deve dimenticare le lezioni del passato” proseguendo lungo il cammino dello sviluppo pacifico. 

Da Tokyo, la risposta ufficiale si è mantenuta su toni cauti. Interpellato sulle dichiarazioni di Wang Yi, il capo di gabinetto Minoru Kihara ha evitato un commento diretto nel merito, ricordando che Iwaya si trovava in Cina come capo di una delegazione economica privata. 

“Proprio perché esistono questioni pendenti e differenze di opinione, riteniamo importante mantenere una comunicazione multilivello in un’ampia gamma di settori tra Giappone e Cina”, ha concluso Kihara, confermando che il governo continuerà ad adottare “le misure appropriate”.