DUSSELDORF - Lo spaghetti western è uno dei fenomeni più riconoscibili del cinema internazionale, eppure per lungo tempo è stato percepito come qualcosa di distante dall’Italia, quasi una sua imitazione riuscita ma non dichiarata, complice anche la scelta di registi, attori e compositori di adottare pseudonimi anglosassoni per rendere il prodotto più esportabile.
È proprio da questa apparente contraddizione, tra identità italiana e immaginario globale, che prende forma La dolce vita si tinge di West, il progetto culturale promosso dalla Società Dante Alighieri di Düsseldorf e ideato dalla sua presidente Beatrice Santini, che attraverso un programma articolato di eventi si propone di riportare al centro dell’attenzione il valore culturale, linguistico e artistico del western all’italiana, inserendolo all’interno di una riflessione più ampia sull’italofonia contemporanea.
Come spiega Santini, l’iniziativa nasce da un percorso che affonda le radici nell’attività quotidiana della Dante Alighieri. “Ogni anno ricevo molti libri di autori italiani o stranieri che scrivono in italiano e mi chiedono di presentarli. Prima, però, preferisco leggerli, ed è un lavoro importante”, racconta la presidente, sottolineando come proprio da questa pratica sia nata l’idea di istituire, quest’anno, il Premio Italofonia, un riconoscimento pensato per valorizzare opere capaci di contribuire alla diffusione della lingua italiana come strumento vivo di creazione culturale anche al di fuori dei confini nazionali.
Il premio si configura, infatti, come un riconoscimento destinato a scrittori e trova la sua prima assegnazione nel romanzo C’era una volta a Roma di Manuel de Teffé, scrittore e regista trasferitosi a Colonia, che durante la pandemia ha trasformato un progetto cinematografico interrotto in un’opera narrativa ambientata nella Roma della metà degli anni Sessanta, attraversando la stagione della Dolce Vita, le tensioni sociali dell’epoca e la nascita dello spaghetti western.
Al centro del romanzo, e più in generale dell’intero progetto, si colloca la figura di Anthony Steffen, nome d’arte di Antonio de Teffé e padre dell’autore, uno degli interpreti più rappresentativi del western all’italiana, protagonista di 27 film tra il 1964 e il 1974 e figura emblematica di un genere che, come ricorda Santini, “è stato a lungo considerato di serie B, ma oggi è stato rivalutato dalla critica”, anche grazie a narrazioni capaci di restituirne la complessità culturale.
La vicenda raccontata nel romanzo mette in luce anche il ruolo determinante della moglie di Steffen, che intuì il potenziale del genere e contribuì a costruire l’identità artistica dell’attore trasformandolo, attraverso nome, immagine e strategia promozionale, in un presunto interprete americano, evidenziando così uno dei tratti distintivi di quell’epoca, in cui molti protagonisti del cinema italiano - da Sergio Leone, che si firmava Bob Robertson, a Ennio Morricone, che adottava lo pseudonimo Dan Savio, fino a Gian Maria Volonté e agli stessi Bud Spencer e Terence Hill - modificarono la propria identità per adattarsi alle logiche del mercato internazionale.
È proprio a partire da questa riflessione che Santini ha costruito il progetto La dolce vita si tinge di West, concepito come un percorso multidisciplinare capace di intrecciare cinema, letteratura, musica e arti visive, con l’obiettivo di far emergere la matrice italiana di un fenomeno globale e di utilizzarlo come strumento di diffusione culturale.
Il programma si sviluppa attraverso una rete di collaborazioni che coinvolge la Heinrich Heine Universität di Düsseldorf, con cui sono stati attivati workshop e seminari accademici con riconoscimento di crediti formativi, il Film Museum - Black Box, sede delle proiezioni cinematografiche, il Consolato Generale d’Italia a Colonia, che ha sostenuto economicamente l’iniziativa, la Stadtsparkasse Düsseldorf, il festival legato al gemellaggio tra Düsseldorf e Palermo, attivo da dieci anni, l’associazione Italia Altrove, che ha contribuito anche con la partecipazione della giornalista Daniela Bacchini in qualità di moderatrice, e il Centro Sergio Leone, rappresentato dal presidente Carlo Pepe, che ha preso parte al progetto avviando anche prospettive di collaborazione futura. A questi si aggiunge anche la partecipazione di numerosi professionisti del settore artistico e culturale.
Il calendario degli eventi si articola in una serie di appuntamenti distribuiti tra maggio e giugno e si è aperto simbolicamente nelle scorse settimane con la consegna del Premio Italofonia, rappresentato da una scultura in ferro raffigurante Dante Alighieri realizzata dall’artista Daniela Romagnoli, per poi entrare nel vivo con la proiezione del 31 maggio del film 7 dollari sul rosso con Anthony Steffen. A seguire, una masterclass sul western italiano tenuta da Manuel de Teffé alla Haus der Universität, mentre il 13 giugno si svolge la serata inaugurale ufficiale del progetto, durante la quale, come spiega Santini, “presenterò il progetto e i suoi obiettivi, e poi ci sarà la discussione con l’autore”, moderata da Daniela Bacchini e arricchita dalla partecipazione degli attori Giorgio Colangeli e Beatrice Fazi, protagonisti di letture sceniche tratte dal romanzo, dalla traduzione in lingua tedesca curata dalla giovane ambasciatrice della Dante Sara Luisa Hauck e da interventi che approfondiscono il rapporto tra memoria familiare, cinema e costruzione dell’immaginario del western all’italiana.
Nel corso della serata vengono inoltre proiettati estratti dei film interpretati da Anthony Steffen, offrendo al pubblico un accesso diretto all’estetica del genere, mentre emerge anche il tema delle radici familiari legate a Palermo, città evocata come luogo di origine e crocevia culturale, in connessione con il dialogo tra Düsseldorf e il capoluogo siciliano.
Il programma prosegue con il workshop Duelli a colpi di penna: riscrivi e doppia il tuo western, articolato in due sessioni il 14 e 15 giugno e dedicato alla scrittura creativa e al doppiaggio, guidato da Sophie Narr, mentre la sera del 14 giugno Santini tiene una conferenza dedicata a Ennio Morricone e al suo rapporto con Sergio Leone, sottolineando come la musica possa essere considerata a pieno titolo una forma di italofonia, capace di contribuire alla diffusione internazionale della cultura italiana.
Il 18 giugno è prevista la proiezione di Django il bastardo, sempre al Film Museum, con introduzione a cura di Manuel de Teffé, e il percorso si concluderà il 20 giugno con il concerto Il colore del suono, un evento che unisce esecuzione musicale e azione pittorica dal vivo, con musiche di Morricone interpretate da Gianni Landroni, Guido Tazzari, Simona Santini, pianista e trombettista, e il pittore Walter Maria Padau.
Alla base dell’intero progetto vi è una riflessione più ampia sulla missione della Società Dante Alighieri che, come ricorda Santini, consiste nella diffusione della cultura italiana in tutte le sue forme, dalla letteratura alla musica, dall’arte alla cucina, sottolineando come anche la lingua e i codici espressivi del western all’italiana abbiano contribuito a costruire un immaginario condiviso a livello globale, introducendo elementi stilistici innovativi, personaggi ambigui e una narrazione meno lineare rispetto al modello americano, con una forte componente teatrale e una particolare attenzione ai tempi, al silenzio e alla tensione emotiva, aspetti che, secondo Santini, presentano affinità con il melodramma italiano.
Per informazioni dettagliate sul calendario e sugli eventi è possibile consultare i canali ufficiali della Società Dante Alighieri di Düsseldorf.