MONTEVIDEO – Durante il suo viaggio a Montevideo, Andrea Bajani è tornato sul quesito che ha fatto da motore a L’anniversario (2025), il romanzo che gli è valso il Premio Strega. Si può decidere di evadere da un legame familiare che appare ineludibile e recidere ogni rapporto con i propri parenti?
È stato il tema centrale dell’incontro tenuto alla libreria Feltrinelli della capitale, nell’ambito di un appuntamento promosso con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura.
In un’intervista a Il Globo, l’autore ha raccontato che la riflessione che dato vita al libro è nata da un suo corso alla Rice University di Houston (dove vive), dal titolo Writing the Family (Scrivere la famiglia). In quelle lezioni, spiega, “si sente una tensione molto forte, come se di per sé la questione delle famiglie portasse un’intensità, un'organizzazione sociale che è una via di mezzo tra un organismo politico e qualcosa di arcaico”.
Gli studenti creavano racconti molto diversi tra loro – anche fantasy o fantascientifici – ma il punto di arrivo era quasi sempre lo stesso. “Erano tutti tristissimi. Sempre storie di famiglia piuttosto dolorose”, e spesso caratterizzate da “una specie di senso di impossibilità di uscire da un labirinto, come se le persone fossero intrappolate dentro una struttura, tipo minotauri dentro un labirinto”.
Proprio a partire da questi scritti ha preso forma, nella mente dello scrittore, l’immagine che ha messo in moto il romanzo: “Questi studenti si sentono dentro un labirinto, e questo labirinto ha la porta aperta. C’è un filo d’Arianna molto semplice per arrivare alla porta d’uscita, perché non provare a raccontare la possibilità di uscirne?”.
La lontananza però non è soltanto tema del libro, ma anche condizione da cui il libro ha preso forma, visto che è stato scritto negli Stati Uniti, e quindi lontano dai luoghi d’origine dell’autore (nato a Roma nel 1975).
Bajani afferma però di aver capito l’importanza di questo aspetto solo più tardi, nel momento in cui ha ricevuto la traduzione inglese del romanzo. “Quando l’ho letta, tre anni dopo la prima stesura, ho capito che che quello era esattamente il romanzo che volevo scrivere, solo che non avevo la lingua per farlo”, svela, aggiungendo che “era come se la lontananza mi avesse aiutato a cogliere una certa maniera di essere italiani, e soprattutto di concepire la famiglia in Italia”.
Proprio parlando degli italiani all’estero, lo scrittore individua quasi un tratto tipico nella diaspora dei connazionali in ogni parte del mondo: “È come se ci fosse un altro made in Italy, ossia una tendenza sempre maggiore a distribuirsi in varie parti del pianeta”. Concetto riassunto anche nel romanzo con una formula molto efficace: “chiedere aiuto alla curvatura terrestre” per proteggersi dalla famiglia d’origine o comunque sottrarsi a un sistema di aspettative troppo stretto.
Nelle presentazioni del libro fuori dall’Italia, osserva Bajani, questo aspetto torna spesso in modo molto forte, “anche viscerale”. E subito chiarisce quale sia il nervo scoperto: “Come se le persone dovessero scusarsi di ‘essere scappate’. Non con me, ma in generale”.
Questo senso di colpa, tuttavia, secondo l’autore potrebbe essersi un po’ attutito nel mondo globale di oggi, perché “ci sono delle generazioni – quelle che hanno vissuto l’Erasmus – grazie alle quali la geografia si è ‘aperta’, e per le quali l’allontanamento potrebbe essere visto come una possibilità di riforma della famiglia”.
In effetti, fa notare lo scrittore, “non si capisce come si debba riformare o ripensare lo Stato, l’associazione culturale, la Regione, la Provincia e non la famiglia, che invece deve restare fossilizzata al modello patriarcale”.
Nel corso della conversazione, emerge anche un altro tipo di allontanamento sempre più comune nel mondo d’oggi, non più geografico bensì sociale: quello di chi si ritrae dal mondo, pur restando fermo.
Il fenomeno più emblematico in questo senso è quello dei cosiddetti hikkikomori, giovani che si chiudono in casa per mesi o anni, interrompendo quasi del tutto i rapporti sociali, scolastici e spesso anche familiari.
Bajani riflette che si tratta di “un’implosione, una chiusura”, a differenza della fuga narrata nel romanzo, che “è un ampliamento del mondo che, senza una struttura asfissiante, è apertura”. Ma in fondo, precisa, si tratta di “due modi di sparire, da un lato simili e da un lato opposti”.
Il tema dell’allontanamento ne apre inevitabilmente un altro, opposto e speculare: quello del ritorno.
“Più si vive all’estero e più si sviluppa un’identità italiana”, sostiene, ricordando che in questo senso lo ha aiutato proprio la scrittura, che “è la riconnessione, in assenza, con qualcosa che è altrove e in un altro tempo”.
Secondo Bajani, si tratta di una specie di reazione istintiva degli emigrati, per i quali questa intensificazione del percepirsi parte della comunità di origine è “un istinto di sopravvivenza, un modo per riconoscersi, per non dissolversi nell’insensatezza”.
Questa rivendicazione della propria identità di origine all’estero, tuttavia, è anche figlia di un privilegio di fondo. “Abbiamo la fortuna di portare un’identità che tutto sommato piace alla gente, che è ben accetta. È ben diverso per quelli che invece devono ingoiarsela o temere, come succede negli Stati Uniti in questo momento, di usare la loro lingua per paura”, ci tiene a specificare l’autore.
Il riferimento esplicito è alle aggressive politiche migratorie dell’amministrazione Trump, a causa delle quali ci sono “ispanofoni che decidono, se uno si rivolge loro in spagnolo, di rispondere in inglese, per occultare la propria origine”.
Per l’autore, però, il ritorno non coincide necessariamente con un luogo fisso.
“L’Italia è il mio posto, c’è poco da fare”, ammette, aggiungendo però che è proprio la distanza a renderla tale. “Quando sono ‘qua’ - in qualsiasi altrove - l’Italia mi interessa moltissimo. La studio, la penso, la scrivo, la descrivo. Appena arrivo in Italia, cosa che faccio frequentemente, mi disinteresso”.
Non si tratta di rifiuto, ma dell’effetto tipico di quella vicinanza che rende meno nitidi i contorni. “È come se tu finissi di colpo dentro la tua acqua, smetti di vedere”.
È proprio la lontananza, quindi che “acuisce lo sguardo”, soprattutto rispetto a luoghi che si sono vissuti e frequentati per lungo tempo.
Da qui discende anche una riflessione più ampia sul significato stesso del tornare. Per Bajani, infatti, il ritorno non è semplicemente un rientro nel luogo da cui si è partiti, ma qualcosa che ridefinisce il senso della casa.
“Il ritorno fa la casa, quale che sia il punto di partenza”, afferma, sostenendo che lui stesso si sentirà “più a casa tornando a Houston di quanto mi ci sentissi quando sono partito. Ritornare definisce la casa, e credo che sia proprio il posto dove si torna”.
Vivere all’estero, quindi, non significa inseguire una radice perduta o una patria definitiva, ma anzi imparare a stare dentro una distanza che può diventare anche uno strumento di conoscenza. “È come se il mondo fosse stato iniettato con un liquido di contrasto. La non appartenenza, quando non è un difetto, è un liquido di contrasto che ti fa vedere meglio le cose”, osserva.
In questo senso, la lontananza non coincide con lo sradicamento sterile, ma con una condizione che, invece di chiudere, apre. “Credo che, per me, la scrittura sia proprio questo: soffrire della non appartenenza, dovunque sia, e costruirsi un mondo che ti appartiene perché segue le tue regole, lo puoi controllare, è sgorgato da te, raccoglie cose che nel mondo fanno male e lì non fanno male perché comunque le controlli”, spiega lo scrittore.
Non sorprende allora che anche la sua idea di “casa” finisca per collocarsi altrove, lontano da ogni nozione strettamente nazionale o geografica. “Mi sento a casa nella scrittura, e la mia patria di scrittore include un cileno, Alejandro Zambra, un bulgaro, Georgi Gospodinov, un’argentina, Samanta Schweblin, un islandese, Jón Kalman Stefánsson. È quella la mia patria: la patria di chi si interroga costantemente su che cosa vuol dire raccontare il mondo”, conclude Bajani.