Marshall McLuhan ci ha insegnato che “il medium è il messaggio”. Sessant’anni dopo, la politica sembra aver imparato la lezione fin troppo bene, o forse fin troppo male, dipende dai punti di vista.
In ogni caso si continua a vivere in un costante rischio di confondere il mezzo con il contenuto. Podcast, TikTok, Instagram, per citare i più popolari, non sono più soltanto strumenti di propaganda, o piattaforme attraverso le quali comunicare iniziative politiche ma sempre più spesso finiscono per condizionarne linguaggio, gesti e perfino sostanza. Anthony Albanese ne offre in questi giorni una dimostrazione involontaria. Il cosiddetto melongate, nato dalle battute e dai gesti del primo ministro durante un podcast a proposito dei meloni ricevuti in dono dalla premier giapponese Sanae Takaichi, resta un episodio marginale e non meriterebbe tutti questi strepitii che invocano addirittura una crisi diplomatica.
Tokyo non ha voluto trasformarlo in un incidente e l’ambasciatore giapponese Kazuhiro Suzuki ha ridimensionato le interpretazioni più allarmistiche. Eppure quella breve sequenza è riuscita a occupare il dibattito pubblico mentre sul tavolo del governo ci sono questioni infinitamente più importanti.
Il problema, è ben chiaro, non sono né i meloni né gli improvvidi gesti. E neppure i podcast. Ma il tema su cui riflettere è la facilità con cui la politica, alle prese con una strenua competizione per conquistare sempre maggiore attenzione ed esasperata dalla necessità di raggiungere elettori sempre più lontani dai mezzi d’informazione tradizionali, finisce per adottare codici che si conciliano poco, e male, con la responsabilità istituzionale.
Nel tentativo di apparire spontanei, accessibili e magari divertenti, anche politici esperti possono dimenticare che cambiare piattaforma non significa cambiare ruolo. Per Albanese il rischio è ancora maggiore perché questo episodio si colloca nel pieno di un momento in cui gli australiani si attendono dal suo governo maggiore solidità soprattutto su un altro terreno: quello dell’economia. Produttività, costo della vita, pressione fiscale, abitazioni, investimenti e distribuzione della GST sono questioni assai meno adatte a una clip di trenta secondi, ma saranno quelle sulle quali gli elettori finiranno per giudicare il governo laburista.
L’Australia non è un Paese in crisi irreversibile e, a meno di voler cavalcare l’onda del prossimo sondaggio, è fuorviante descriverla così. Il governo deve, e può, del tutto legittimamente, rivendicare interventi e riforme. Il problema politico è un altro: una parte dell’elettorato fatica a riconoscere nella propria esperienza quotidiana i miglioramenti annunciati da Canberra.
Ed è qui che ricorre il nodo della produttività. Ne abbiamo parlato nella scorsa edizione: la Reserve Bank ha rivisto al ribasso le prospettive sulla produttività e il tema è ormai al centro del confronto tra governo e imprese. Dai vertici di Westpac, Anthony Miller avverte che senza un recupero della produttività sarà più difficile creare le condizioni per una riduzione dei tassi d’interesse e indica innovazione e nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, tra gli strumenti per aumentare il tenore di vita.
Questa dovrebbe essere la discussione centrale della politica australiana. Produttività significa salari reali, investimenti, competitività, costo dell’energia, capacità di costruire abitazioni e infrastrutture. Significa soprattutto stabilire quale modello economico il Paese voglia costruire per i prossimi decenni. Il governo sostiene di avere messo in campo la più ampia agenda sulla produttività dagli anni Novanta. I più critici gli contestano invece l’aumento della spesa pubblica, l’espansione dell’apparato statale, l’eccesso di regolamentazione e alcune scelte fiscali considerate penalizzanti per gli investimenti. Sono valutazioni sulle quali è legittimo dividersi. Resta però un fatto politico: costo della vita, inflazione, tassi d’interesse e difficoltà di accesso alla casa sono diventati il metro con il quale molti australiani giudicano l’azione dell’esecutivo.
Anche la nuova battaglia sulla distribuzione della GST racconta le difficoltà di questa fase. La Productivity Commission ha giudicato le modifiche introdotte nel 2018 dal governo Morrison costose, più complesse e meno eque, calcolando in 23 miliardi di dollari l’onere sostenuto nei primi sei anni. Di questi, 22 miliardi sono confluiti alla Western Australia. La soluzione indicata come preferibile è un ritorno, con alcuni correttivi, ai criteri precedenti al 2018.
Albanese ha ricordato che quello della Commissione è ancora un rapporto provvisorio e ha contemporaneamente difeso il diritto del Western Australia a ricevere quella che considera una quota equa. La sensibilità politica è evidente: il Partito laburista ha costruito nello Stato una parte importante della propria forza elettorale. Ma è proprio qui che un primo ministro deve dimostrare di saper andare oltre gli interessi immediati della propria maggioranza.
La questione non può ridursi a una contrapposizione tra Western Australia e gli altri Stati. Bisogna stabilire, in generale, se il meccanismo sia equo per tutti. La Productivity Commission sostiene che non lo sia e segnala persino conseguenze paradossali: in determinate circostanze la quota destinata al Western Australia potrebbe aumentare quando New South Wales o Victoria vengono colpiti da una calamità naturale. È un rilievo troppo serio perché il confronto possa essere liquidato come una semplice lamentela degli Stati del lato orientale del Paese.
È su questioni come questa che il governo dovrebbe concentrare il proprio capitale politico. Invece Albanese si ritrova anche a dover gestire polemiche che, per quanto sproporzionate nella loro amplificazione, nascono da sue opinabili scelte di comunicazione. Sarebbe certamente sproporzionato costruire attorno a un gesto infelice un giudizio complessivo sull’uomo e sul governo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che il problema non esista.
Un primo ministro può andare in un podcast o intervenire su qualsiasi piattaforma. Anzi, è giusto che sappia parlare ai cittadini anche fuori dal Parlamento e dai canali tradizionali dell’informazione. La politica non può pretendere che le nuove generazioni vadano a cercarla esclusivamente nei luoghi nei quali si svolgeva il dibattito pubblico trent’anni fa. Ma raggiungere nuovi pubblici non significa adottare qualsiasi linguaggio pur di conquistarne l’attenzione. Tra l’altro, ciò avviene utilizzando canali di comunicazione, come le principali piattaforme di social media, che sono ritenuti “nocivi” per i minori, non senza una certa incongruenza di fondo.
Qui, però, passa una linea che alcuni protagonisti della politica contemporanea sembrano non vedere più. La ricerca dell’autenticità non richiede ammiccamenti o battute costruite per diventare parte di una clip di pochi secondi. E questo vale per Albanese come per qualsiasi altro leader. Il problema non è il podcast: è credere che, entrando in un podcast, un primo ministro possa momentaneamente smettere di essere primo ministro.
La politica contemporanea, in tutto il mondo, sembra quasi terrorizzata dall’idea di apparire noiosa. Cerca podcast, TikTok, Instagram, influencer e programmi di intrattenimento per intercettare cittadini che non leggono i giornali e non seguono il dibattito parlamentare.
Inseguire le masse invece di farsi seguire dalle masse, in una bizzarra idea di leadership, è comprensibile e, in molti casi, necessario.
Ma una piattaforma nuova non sospende le antiche responsabilità di essere, e apparire, autorevoli. Quando si rincorre il linguaggio del mezzo invece di adattare il mezzo alla dignità della propria funzione, si rischia di mostrare una certa inadeguatezza.
Non perché le piattaforme non tradizionali siano meno nobili, ma perché confondere e mescolare popolarità e autorevolezza può diventare un madornale errore di sistema.