CANBERRA – Cinque australiani sono stati ritrovati vivi dopo le catastrofiche inondazioni che la scorsa settimana hanno investito il confine tra Nepal e Tibet, mentre almeno altri 38 cittadini risultano ancora dispersi.

Oggi, il Dipartimento degli Esteri e del Commercio ha confermato che i cinque sono stati localizzati tra Nepal e Tibet. Altri tre australiani, inizialmente ritenuti potenzialmente coinvolti nella crisi, si trovavano invece fuori dalla zona colpita.

I cittadini non avevano avuto contatti con familiari o parenti stretti dopo il disastro e le autorità non erano riuscite inizialmente a verificarne le condizioni.

Ieri, un australiano che si trova nel Tibet, la cui identità non è stata resa nota, si è  messo in contatto con le autorità e ora sta venendo assistito dal personale consolare. Ha inoltre potuto parlare con i propri familiari.

Il ministro degli Esteri Penny Wong aveva precedentemente riferito che nove australiani risultavano dispersi sul versante cinese del confine, dopo un colloquio con l’ambasciatore australiano in Cina.

Tenzin Norzin, membro della comunità tibetana del Victoria, teme tuttavia che il numero reale possa essere superiore, sostenendo come dalla regione arrivino sempre meno informazioni sull’impatto delle inondazioni in Tibet.

La catastrofe è stata innescata il 26 agosto dal collasso di un ghiacciaio nell’Himalaya, che ha provocato una gigantesca frana di fango e una serie di piene improvvise nei pressi del valico di Gyirong.

Il bilancio ha ormai superato le mille vittime.

Mentre proseguono le operazioni di ricerca, nuovi elementi indicano che alcuni segnali del cedimento erano visibili già nei giorni precedenti.

Un rapporto pubblicato il 28 agosto dal consorzio scientifico internazionale HiRISK ha analizzato immagini satellitari che mostravano una progressiva accelerazione della superficie glaciale.

Entro il 24 agosto, inoltre, l’acqua di fusione appariva “visibilmente marrone”, mentre gli studiosi hanno rilevato anche indicazioni di una possibile frattura in propagazione nella parete rocciosa circostante.

Jakob Steiner, coautore dello studio, ha spiegato che nella regione erano stati recentemente installati alcuni sistemi di allerta per eventi relativi alla criosfera, ma nessuno era operativo nel punto esatto della valanga a causa dell’isolamento dell’area.

“La scienza c’è, abbiamo i dati per effettuare la sorveglianza, ma dobbiamo lavorare insieme in modo costruttivo e agire”, ha detto.

Secondo Steiner, le attuali difficoltà geopolitiche rendono però molto più complessa una cooperazione efficace.

Il rapporto sottolinea che, anche con un sistema di allerta sul luogo del collasso, la velocità della valanga non avrebbe consentito di evacuare in tempo le comunità vicine al valico di frontiera.

Più a valle, invece, un preavviso superiore ai dieci minuti avrebbe potuto salvare “un numero rilevante di vite”.

I dati satellitari analizzati da HiRISK mostrano che le inondazioni hanno colpito quasi 13mila edifici, distrutto circa 40 chilometri di autostrada e spazzato via almeno 68 ponti.