BOGOTÁ - Abelardo de la Espriella sarà il nuovo presidente della Colombia. Il candidato della destra radicale ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con uno scarto minimo su Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico, chiudendo una delle elezioni più combattute della storia recente del Paese. 

Il Consiglio Nazionale Elettorale ha confermato la vittoria di De la Espriella con 12.960.166 voti, contro i 12.708.312 di Cepeda: una differenza di 251.854 voti, pari a meno di un punto percentuale, con una partecipazione del 63,6%, tra le più alte mai registrate in Colombia.  

Dopo tre giorni di verifiche e contestazioni, Cepeda ha riconosciuto la sconfitta, definendo la decisione “un atto di responsabilità democratica”, ma ha anche denunciato l’ingerenza del presidente statunitense Donald Trump, che aveva espresso pubblicamente il proprio sostegno a De la Espriella nei giorni precedenti al voto.  

Secondo Giacomo Finzi, professore di Relazioni internazionali all’Universidad Nacional de Colombia, il risultato non può essere letto soltanto come una sconfitta della sinistra. 

“Da un certo punto di vista il petrismo ne esce con un maggior consenso, perché comunque ha quasi raggiunto 13 milioni di voti”, spiega, sostenendo che “farà opposizione sicuramente, in Parlamento e nelle strade, come ha sempre fatto”. 

È proprio questo, per Finzi, il primo dato politico della nuova fase: De la Espriella ha vinto, ma quasi metà del Paese ha votato contro di lui, una frattura che non si chiude con il riconoscimento del risultato e che, anzi, rischia di attraversare l’intero mandato del nuovo presidente. 

“C’è metà del Paese, quasi 13 milioni di persone - che non sono poche - che farà opposizione”, osserva il docente. Le prime proteste, scoppiate immediatamente dopo il voto, sono già un segnale del probabile clima dei prossimi mesi e anni. A Cali, nella notte successiva al ballottaggio, gli scontri e i disordini hanno causato almeno un morto, secondo quanto riportato dalla stampa colombiana.  

Finzi distingue però nettamente l’atteggiamento di Cepeda da quello del presidente uscente, Gustavo Petro. Il candidato sconfitto, infatti, dopo aver atteso la conclusione dello scrutinio, ha scelto di riconoscere il risultato e di annunciare un’opposizione “democratica, vigilante e costruttiva”, mentre l’attuale presidente ha messo in dubbio il sistema elettorale e parlato di irregolarità e ingerenze straniere.  

“Cepeda è stato molto più cauto, prudente, ha detto che accetteranno i risultati. Petro invece ha avuto una posizione incendiaria, che per un Paese come la Colombia è anche molto pericolosa, perché può infiammare le folle e la gente si arma”, sostiene il professore. 

La questione, ora, riguarda anche la leadership della sinistra. Il leader in carica non poteva candidarsi per un secondo mandato consecutivo ma resta una figura centrale, mentre Cepeda entrerà probabilmente in una fase di opposizione istituzionale e politica. 

Il nuovo governo si insedierà il 7 agosto e segnerà una svolta profonda rispetto al mandato che lo ha preceduto.  

De la Espriella, avvocato e imprenditore, è arrivato alla presidenza senza aver mai ricoperto incarichi elettivi, costruendo la propria immagine come outsider di destra, in sintonia con figure come Donald Trump, Javier Milei e Nayib Bukele. Durante la campagna ha promesso mano dura contro criminalità e gruppi armati, la fine dei negoziati di pace e la costruzione di megacarceri sul modello del Cecot salvadoregno.  

Per Finzi, il suo profilo non lascia molti dubbi sulla linea di azione del prossimo esecutivo. 

Il suo timore è che “la polizia e l’esercito avranno un ruolo attivo, i paramilitari saranno rafforzati, i territori saranno più violenti. Mi aspetto assassinii di leader sociali, indigeni, afrodiscendenti, contadini, e un movimento studentesco altamente represso”. 

Il professore prevede anche un cambio radicale nel rapporto tra Stato e protesta sociale, che passerà attraverso la “criminalizzazione della protesta e violazione sistematica dei diritti umani”.  

I primi nomi che trapelano per i ministeri rimandano in parte al vecchio establishment del Centro Democrático, “ma con figure ancora più radicali e con tutti i personaggi attorno a De la Espriella”, spiega il professore, secondo cui “sarà un governo più a destra di quello di Duque e forse anche più a destra del governo Uribe. Non fa ben sperare”. 

Uno dei nodi principali, tuttavia, sarà la governabilità, visto che il candidato vincente non dispone di una maggioranza propria in Congresso e le elezioni legislative di marzo avevano confermato il Pacto Histórico e il Centro Democrático come le due principali forze del Senato.  

Secondo Finzi, quindi, in questo caso “le destre non hanno la maggioranza né alla Camera né al Senato: o governeranno per decreto oppure faranno fatica e dovranno allearsi con partiti centristi”. 

Questo significa che una parte del programma potrà avanzare solo attraverso accordi variabili, misura per misura, mentre il Pacto Histórico cercherà di trasformare il risultato di Cepeda in un fronte solido di opposizione. 

Il presidente eletto ha già annunciato l’intenzione di far entrare la Colombia nello “Scudo delle Americhe”, l’iniziativa promossa da Trump contro criminalità organizzata e narcotraffico nella regione, e ha promesso di rafforzare “come mai prima” i rapporti con Israele, dopo la rottura diplomatica avvenuta durante il governo Petro.  

Il presidente uscente aveva infatti cercato di mantenere una politica estera autonoma da Washington, riaprendo il dialogo con il Venezuela e assumendo posizioni molto critiche verso Israele sulla guerra a Gaza, arrivando a vietare l’esportazione di carbone colombiano verso Tel Aviv e proponendo all’Onu la costituzione di un “esercito per la salvezza del mondo” incaricato di “liberare la Palestina” e far rispettare il diritto internazionale.  

In conclusione, secondo Finzi la Colombia entra quindi in una fase di forte incertezza, con da una parte il nuovo presidente che potrà contare su un mandato popolare sufficiente a segnare una rottura con il governo di Petro, e dall’altra lo scarto ridottissimo e la forza elettorale della sinistra che rendono difficile immaginare un governo senza conflitto sociale. 

“Il petrismo farà opposizione in Parlamento e nelle piazze”, conclude il professore, secondo cui “si apre uno spiraglio di violenza altissima”.