ROMA - È scontro aperto nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Le opposizioni hanno abbandonato i lavori e chiedono le dimissioni del presidente Marco Lisei, senatore di Fratelli d’Italia, accusandolo di avere autorizzato audizioni “illegittime, se non addirittura illecite”.
Il caso riguarda alcune persone ascoltate fuori dalla sede della Commissione, in un commissariato di polizia, da consulenti delegati. Per i capigruppo di Pd, M5S, Avs e Italia Viva si tratta di una forzatura grave, perché l’attività di audizione spetterebbe ai parlamentari della Commissione e non potrebbe essere affidata a soggetti esterni.
Secondo le opposizioni, Lisei “ha delegato consulenti a effettuare interrogatori di semplici cittadini in un commissariato di polizia”, e per questo i parlamentari hanno scritto ai presidenti di Camera e Senato chiedendo “la sconvocazione dell’audizione”.
La maggioranza respinge l’accusa. Lisei sostiene che “non è stato violato nulla” e che attività di questo tipo sarebbero già state svolte “centinaia di volte” da altre Commissioni parlamentari.
Secondo Pd, M5S, Avs e Iv, Fratelli d’Italia avrebbe sostenuto che la delega ai consulenti fosse stata decisa dall’Ufficio di presidenza della Commissione, quando invece “in Ufficio di presidenza non si è mai tenuto un voto sulla delega a soggetti esterni”. Di conseguenza, aggiungono, “sia la delega che le attività svolte risultano nulle e illegittime”.
Attorno a Lisei si è schierata la maggioranza, con i parlamentari di Fratelli d’Italia in Commissione che parlano di “una figuraccia senza precedenti delle opposizioni” e di un “clamoroso epic fail”.
Secondo FdI, quelle contestate erano “audizioni delegate di testimoni chiave” nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti mascherate da consulenze nelle forniture durante la pandemia. Sempre secondo il partito della premier Giorgia Meloni, le attività erano state “condivise senza obiezioni in Ufficio di presidenza”, anche alla presenza dei capigruppo delle opposizioni.
Al centro dello scontro c’è il filone sulle forniture di kit diagnostici nella prima fase dell’emergenza Covid, nell’ambito del quale è stato ascoltato Marco Spadaccioli, general manager per l’Italia di Adaltis, società produttrice di kit diagnostici, già sentito in commissariato il 18 maggio.
Il nodo riguarda una consulenza da 454mila euro pagata da Adaltis. Secondo Spadaccioli, le attività svolte in cambio di quella somma sarebbero state unicamente il controllo di alcuni documenti da caricare e la stesura di una lettera di sollecito per ottenere un pagamento che l’azienda non aveva ancora ricevuto. Circostanze che per il vicepresidente della Commissione Covid, Francesco Ciancitto di Fratelli d’Italia, aprono “uno scenario inquietante e inaccettabile” sulla gestione delle forniture sanitarie durante l’emergenza.
Per Ciancitto, si tratterebbe di “450mila euro di soldi pubblici” che, secondo quanto riferito in audizione, sarebbero stati pagati allo studio dell’avvocato Luca Di Donna, all’epoca collega di studio dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per attività che si sarebbero ridotte “al mero controllo di alcuni documenti e alla stesura di una lettera”.