BOGOTÁ – Le elezioni presidenziali in Colombia si decideranno al ballottaggio del 21 giugno, dopo un primo turno che ha confermato la profonda divisione del Paese e segnato l’ascesa inattesa del turbolibertario Abelardo de la Espriella. 

Al primo turno, infatti, il candidato della destra radicale ha ottenuto il 43,74% dei voti, superando Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico, la coalizione del presidente uscente Gustavo Petro, ferma al 40,90%.  

Un risultato che apre una seconda fase elettorale in cui, secondo Giacomo Finzi (professore di Relazioni internazionali all’Universidad Nacional de Colombia), è in gioco non solo la continuità del progetto progressista dell’attuale governo, ma anche il futuro del fragile equilibrio politico e sociale del Paese. 

“Il Paese è spaccato in due già da almeno un decennio”, spiega Finzi, per il quale il punto di svolta va cercato negli accordi di pace tra il governo e le Farc (le formazioni guerrigliere) del 2016.

In quel momento, la sinistra colombiana “che prima esprimeva buona parte del proprio consenso attraverso le armi e la mobilitazione sociale, ha cominciato ad avere un sostegno importante anche in ambito istituzionale”. Questo nuovo percorso è culminato del 2022, con l’elezione di Gustavo Petro alla guida del Paese. 

“Iván Cepeda e Aída Quilcué, candidata vicepresidente, sono due figure molto rappresentative dei movimenti sociali in Colombia: lui è avvocato, filosofo, difensore dei diritti umani, mentre lei viene dal movimento indigeno, quello del Cauca in particolare”, spiega Finzi.

L’analista sottolinea che il risultato ottenuto dalla formula, nonostante il secondo posto, conferma una crescita elettorale, in termini assoluti, del Pacto Histórico. “È un dato di cui bisogna tenere conto, hanno raccolto 9,7 milioni di voti, più di quelli ottenuti da Petro al primo turno quattro anni fa”, dice. 

La differenza, però, è che quattro anni fa la sinistra era arrivata prima, mentre questa volta, davanti al candidato progressista, c’è De la Espriella, avvocato e figura fortemente polarizzante, che ha costruito la sua candidatura attorno a Defensores de la Patria, un movimento modellato sulla sua persona e in competizione con la destra tradizionale. 

“La sorpresa è un candidato outsider, senza alcun richiamo storico”, afferma Finzi, inquadrando il fenomeno come sintomo di “un vento antipolitico, presente anche in altri Paesi della regione”, rappresentato da “figure che arrivano dal settore privato e non dalla politica di professione”. 

Il successo di De la Espriella non può essere però separato dal risultato molto debole della formula composta da Paloma Valencia e Juan Daniel Oviedo, candidatura del Centro Democratico, la destra tradizionale legata all’ex presidente Álvaro Uribe Vélez. Per Finzi, quella è stata “la grande sconfitta” del primo turno. 

“Paloma Valencia è una dura e pura dell’uribismo, espressione di una certa élite del Valle del Cauca, di una tradizione della proprietà terriera e di una destra cattolica, reazionaria e omofoba. Juan Daniel Oviedo, invece, ha un discorso legalista ed è anche rappresentante della comunità Lgbtq+. Due personalità che non stavano insieme”, spiega Finzi, secondo cui il risultato della loro candidatura è stato “un travaso quasi naturale verso De la Espriella”.  

Tuttavia, questo non significa che lo spazio politico costruito da Uribe sia scomparso. “I voti sono più o meno gli stessi: semplicemente sono stati dirottati su un’altra forza, che addirittura è più a destra. È stato un voto di sanzione al partito e alle sue scelte, non necessariamente allo spazio politico che rappresenta”, spiega il professore. 

La difficoltà riguarda piuttosto la successione del leader storico della destra colombiana. “L’uribismo senza Uribe è sempre stato complesso”, spiega Finzi, sottolineando che il Centro Democrático “non ha saputo produrre un candidato che convincesse”.  

E, in questo contesto, De la Espriella sembra invece essere riuscito a intercettare meglio l’elettorato conservatore. 

Ora il secondo turno apre una partita nuova. E mentre l’elettorato della destra sembra destinato a compattarsi attorno a Defensores de la Patria, Cepeda dovrà cercare consensi oltre il perimetro del Pacto Histórico, tentando di attrarre anche agli elettori di centro che al primo turno hanno scelto Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellín e candidato di Dignidad y Compromiso, o Claudia López, ex sindaca di Bogotá e candidata del Partido Verde Oxígeno.  

“Non è detto che, per un ‘sentimento antifascista’, questi voti vadano automaticamente verso Iván Cepeda. Al ballottaggio si sparigliano le carte: entrano in gioco nuovi elettori, indecisi, persone che al primo turno non hanno votato”, avverte Finzi. 

Proprio la partecipazione sarà decisiva, soprattutto in un Paese come la Colombia, dove l’affluenza è storicamente più bassa rispetto ad altri Stati della regione e dove il secondo turno tende spesso a mobilitare settori rimasti fuori dalla prima votazione.  

Tra questi, secondo Finzi, potrebbero avere un ruolo importante i giovani, già protagonisti delle mobilitazioni studentesche del 2018, delle proteste del 2019 e del 2021. 

Dopo il risultato del primo turno, infatti, una parte della gioventù urbana e studentesca ha reagito subito. “Si sono già mobilitati nei giorni successivi, con una forza che nelle settimane precedenti alle elezioni non si era vista”, racconta il docente. 

“Buona parte dei movimenti sociali si è fatta cooptare dal petrismo, o comunque ha mantenuto un silenzio-assenso, perché in Colombia non c’era mai stato un governo progressista”, afferma, concludendo che “se invece tornasse la destra estrema, ritornerebbe la forza nelle mobilitazioni di piazza e, purtroppo, anche nell’uso della violenza politica.” 

Anche la geografia del voto mostra una Colombia divisa. “La parte centrale, più densamente popolata, ha scelto in larga misura De la Espriella. Le regioni periferiche, indigene, afrodiscendenti e segnate dal conflitto, hanno votato molto di più per Cepeda”, spiega il professore, specificando che Bogotà resta in questo senso una parziale eccezione, con una tradizione progressista ancora visibile.  

Ma anche lì, nota Finzi, la crescita della destra nei quartieri popolari rappresenta un segnale da non sottovalutare. “È un campanello d’allarme per la sinistra”, afferma, tracciando un parallelismo con il successo della proposta libertaria di Javier Milei in quegli stessi settori sociali argentini. 

Il confronto tra Cepeda e De la Espriella, però, non è solo una normale competizione tra governo e opposizione. A confrontarsi sono due idee antitetiche di società.

“I due programmi politici sono diametralmente opposti”, afferma, sottolineando che – se vincesse De la Espriella – la continuità degli interventi sociali del petrismo sarebbe messa a dura prova. “L’aumento del salario minimo, le pensioni, gli investimenti nell’istruzione pubblica e i benefici sociali degli ultimi quattro anni andrebbero a monte”, dice. 

Il terreno più delicato resta quello della violenza. E il timore è che una vittoria della destra possa mettere in crisi la tenuta degli accordi del 2016 tra il governo di Juan Manuel Santos e le Farc, riportando il Paese verso una logica di conflitto paramilitare.  

Il rischio è che, in risposta a un ritorno alla “mano dura” da parte del governo, anche certi settori della sinistra, soprattutto nelle regioni dove il conflitto non si è mai davvero assopito, “potrebbero ricadere nel richiamo alle armi”. 

Per Finzi, è questo a rendere la Colombia diversa da altri Paesi latinoamericani. Perché la polarizzazione non si consuma solo nei media, nei social network o nelle piazze, ma si inserisce in territori dove esistono ancora gruppi armati e organizzati, economie illegali e reti paramilitari. 

“Non è la stessa violenza politica che ci può essere in Cile, in Argentina o in Bolivia – afferma –. È figlia di un conflitto armato pluridecennale. Il rischio non è solo un inasprimento delle proteste, delle detenzioni o delle sparizioni forzate, ma proprio la guerra civile”. 

La questione della sicurezza è ovviamente uno dei punti su cui la distanza tra i due candidati appare più netta. Cepeda, secondo Finzi, eredita da Petro un approccio “più umanista e sociale”, fondato sulla presenza delle istituzioni nei territori, sulle politiche pubbliche e sul lavoro nelle zone marginalizzate.  

“L’idea è non trattare la criminalità con la sola repressione: intervenire nei territori dove non ci sono opportunità di studio, di lavoro, né presenza reale dello Stato”, spiega il professore. 

De la Espriella propone invece una linea di mano dura, con richiami alla costruzione di megacarceri e a un discorso securitario che lo avvicina, almeno sul piano mediatico, al presidente salvadoregno Nayib Bukele.  

Per Finzi, però, il paragone più utile non è tanto con il Salvador, quanto con l’Ecuador di Daniel Noboa, che “in questi anni si è in qualche modo ‘colombianizzato’, con problemi simili a quelli che Bogotà doveva affrontare negli anni Novanta e Duemila”. Il parallelismo riguarda in particolare la militarizzazione della sicurezza, l’uso dello stato d’eccezione e l’idea di dichiarare una guerra interna contro il crimine organizzato.  

Tuttavia, secondo il professore, proprio per i trascorsi colombiani, una svolta autoritaria a Bogotá avrebbe conseguenze ancora più pesanti di quelle avute in Ecuador ed El Salvador.  

“Milei e Bukele fanno quasi sorridere rispetto a De la Espriella – avverte –. Il suo discorso politico, le sue alleanze e il richiamo alla mano dura fanno temere un ritorno del paramilitarismo e della persecuzione politica contro militanti di sinistra, sindacalisti, opposizioni, comunità Lgbt e movimenti sociali”. 

Il ballottaggio colombiano ha anche una dimensione internazionale. “La destra uscirebbe ringalluzzita a livello continentale”, spiega Finzi, ricordando che “la Colombia, insieme al Messico, è stata in questi anni un faro del progressismo latinoamericano, forse anche mondiale, su temi di politica estera, ambiente, politiche sociali e conflitti internazionali”. 

La fine del petrismo, quindi, non sarebbe solo un ritorno al periodo precedente al 2022, ma un salto indietro verso le politiche di sicurezza degli anni Novanta e dei primi Duemila. “Sarebbe un ritorno della war on drugs, con grandi investimenti in tecnologie e interventi militari, forse anche bombardamenti contro accampamenti guerriglieri”. 

Questo scenario aumenterebbe la pressione su Venezuela e Cuba, due Paesi con cui Petro ha sempre cercato di mantenere una linea di dialogo, e riporterebbe la Colombia – per la sua posizione geografica e il suo peso militare – a costituire un punto chiave della strategia statunitense nel continente.