Trasformare l’invisibile in visibile. Dare forma e, soprattutto, colore, a quel marasma di emozioni che si agita nella mente, lasciandolo affiorare attraverso pigmenti intensi, linee, superfici e materiali che sembrano rincorrersi fino a trovare un equilibrio tutto loro. È questa la cifra distintiva della produzione di Liliana Di Lizio Barbieri, artista italo-australiana che con Recurring Echoes, in corso fino al 15 agosto al Co.As.It di Melbourne, celebra venticinque anni di attività raccogliendo in un’unica esposizione dipinti, fotografie, installazioni e opere scultoree realizzate nell’arco di oltre due decenni.

Recurring Echoes restituisce uno sguardo su una pratica creativa costruita nel tempo, che affonda le radici nella storia dell’emigrazione italiana e nelle esperienze della vita quotidiana. Attraverso materiali umili come pasta, tessuti, legno e carta, Barbieri lascia affiorare riflessioni sul ricordo, sull’identità e sul senso di appartenenza. Sono istantanee di vita, momenti vissuti raccontati come pagine di un diario intimo, ciascuna riprodotta in particelle temporali, tasselli di un mosaico più grande.

Dietro questo importante traguardo si nasconde però una storia tutt’altro che lineare. “Non avrei mai immaginato di diventare un’artista – racconta –. Ho iniziato questo percorso a quarantadue anni”.

Una scelta arrivata quando molti pensano ormai di aver definito il proprio futuro. Prima ci sono stati gli anni trascorsi nel mondo dell’aviazione internazionale, tra Alitalia e Continental Airlines, una professione stabile, costruita con quella concretezza che accomuna tante famiglie emigrate. Cresciuta con radici a Ripa Teatina, in provincia di Chieti, in Abruzzo, ma arrivata in Australia quando ha appena tre anni, Barbieri appartiene a quella generazione di figli di immigrati per cui il lavoro sicuro rappresenta la priorità assoluta. “Nessuno pensava che si potesse vivere facendo l’artista”, osserva.

Eppure, quella passione non ha mai smesso di accompagnarla. Disegna, dipinge, riempie fogli di schizzi, coltivando il desiderio di comprendere più a fondo la storia dell’arte italiana e la pittura rinascimentale. La scintilla scocca molto presto, durante il suo primo ritorno in Italia all’età di dodici anni. Roma, le sue chiese, i musei, l’architettura e i capolavori custoditi nelle città italiane le aprono un mondo nuovo. “Essere immersa nella storia artistica italiana mi ha profondamente colpita”.

La svolta arriva in modo inatteso quando Continental Airlines chiude la sede di Melbourne. Con la liquidazione ricevuta decide di investire finalmente su sé stessa e si iscrive alla RMIT University. Nel frattempo, continua a gestire una piccola agenzia di viaggi da casa, mentre insieme al marito cresce due figli e affronta gli impegni di una famiglia. Una decisione coraggiosa che segna l’inizio di una nuova vita.

Da allora il suo lavoro prende forma seguendo un’esigenza precisa: trasformare ciò che non si vede in qualcosa di tangibile. Il progetto al Co.As.It. nasce per indagare il modo in cui il ricordo attraversa le persone, le famiglie e le comunità, modificandosi nel tempo senza mai dissolversi del tutto. È proprio questa la chiave di lettura di Recurring Echoes, dove la memoria diventa il filo conduttore di ogni lavoro.

“Attraverso l’arte cerco di toccare la memoria e le emozioni di chi osserva”, spiega.

Ne nasce un linguaggio che cambia continuamente materiali e tecniche, ma resta fedele alla stessa intenzione. Pittura, fotografia, installazioni e lavori tridimensionali convivono senza gerarchie, lasciando spazio a oggetti comuni che assumono un significato inatteso. La pasta fatta a mano, il legno, la carta o la polvere di marmo diventano strumenti per custodire storie personali e collettive, facendo riaffiorare quel patrimonio culturale che continua a essere tramandato attraverso i gesti più semplici.

Tra i progetti più significativi figura quello dedicato al terremoto dell’Aquila del 2009. Per dare corpo a quella riflessione Barbieri sceglie di utilizzare anche polvere di marmo, creando un legame fisico con i luoghi feriti dal sisma. Il risultato, tuttavia, sorprende. Le tele non parlano di macerie, ma di ricostruzione e speranza. Sotto la superficie resta sempre un significato più profondo, pronto ad affiorare lentamente davanti allo sguardo di chi osserva.

Lo stesso accade nella serie dedicata all’universo femminile, realizzata molti anni prima che il movimento MeToo aprisse un dibattito internazionale sulla violenza di genere. Una grande parete rossa raccoglie, in bianco, tutti i nomi femminili italiani dalla A alla Z. È un omaggio a donne rimaste troppo spesso senza voce, vittime di soprusi economici, psicologici e fisici. Accanto a quel lavoro compaiono delicate installazioni costruite con sfoglie di lasagna sulle quali sono stampate immagini della Madonna. Un gesto che rende omaggio al lavoro invisibile delle donne nelle case, alla pazienza, alla cura e a quella creatività quotidiana che raramente trova spazio nei racconti ufficiali. Un gioco di specchi, di rimandi, di corrispondenze che restituisce dignità a ciò che troppo spesso passa inosservato.

Se la memoria rappresenta il cuore della sua produzione, il colore ne costituisce il linguaggio più immediato. Rosso, Blu ultramarino: tonalità intense che non cercano mai compromessi. All’università, racconta sorridendo, più di un docente provò a convincerla a smorzare quella tavolozza così accesa.

“Mi dicevano: ‘Ma tutto questo rosso?’. Io rispondevo semplicemente: ‘No’. Per me il rosso è la vita. È l’amore, il sangue, l’energia”.

Anche il suo processo creativo segue strade diverse. Alcuni lavori nascono da studi accurati, schizzi e modelli preparatori; altri prendono forma direttamente sulla tela, lasciando che sia il colore stesso a indicarle la direzione. In ogni caso il punto di partenza resta sempre lo stesso: quel disordine interiore che lentamente cerca una propria armonia.

“Il caos c’è, ma rimane sotto la superficie. Il mio obiettivo è sempre arrivare all’equilibrio”. È forse proprio questa tensione a spiegare il titolo della mostra. Recurring Echoes parla di emozioni che sembrano superate e che invece ritornano, improvvise, anche dopo anni. Come un’eco che continua a risuonare dentro di noi, riportando a galla ricordi, persone e luoghi che credevamo ormai lontani e perduti. Una dinamica che Barbieri conosce bene anche nella vita privata. L’arrivo dei nipoti, racconta, ha addolcito persino la sua tavolozza, introducendo tonalità più delicate. Poi, con il passare degli anni, anche quel linguaggio è cambiato ancora, seguendo il ritmo naturale dell’esistenza.

“Ogni stagione della vita lascia una traccia, ogni esperienza modifica lo sguardo e ogni ricordo torna quando meno lo si aspetta. In fondo – conclude l’artista –, credo che la mia arte sia semplicemente il riflesso della mia vita”.