CANBERRA - È scontro aperto tra gli Stati australiani sul controverso accordo del 2018 che ha garantito al Western Australia una quota maggiore delle entrate della GST. A riaccendere la disputa è stato un rapporto ad interim della Productivity Commission, secondo cui l’intesa sarebbe stata un “errore costoso” per il bilancio federale.
Secondo la Commissione, nei primi sei anni l’accordo è costato al governo federale circa 23 miliardi di dollari, mentre nel solo 2024-25 il Western Australia avrebbe ricevuto più GST di quanto necessario sulla base della sua capacità finanziaria.
La valutazione ha riaperto una delle questioni più controverse del sistema di redistribuzione fiscale australiano: quanto debba essere garantito agli Stati che generano maggiori entrate, in particolare grazie alle risorse naturali, e quanto invece debba essere redistribuito per assicurare servizi pubblici comparabili in tutto il Paese.
Tra i principali difensori dell’intesa c’è Mathias Cormann, che nel 2018 era ministro delle Finanze e che ha successivamente lasciato la politica australiana per diventare segretario generale dell’OCSE. Intervenendo a titolo personale con ABC Radio National Breakfast, Cormann ha respinto nettamente la conclusione della Productivity Commission: “Non sono fondamentalmente d’accordo con la Commissione”.
Secondo l’ex ministro, l’accordo rappresentava una riforma importante delle relazioni finanziarie tra governo federale e Stati, perché avrebbe corretto una significativa penalizzazione subita dal Western Australia e modificato gli incentivi allo sviluppo economico, soprattutto nel settore minerario. Il governo del Western Australia continua a difendere con forza l’intesa. La ministra del Tesoro statale
Rita Saffioti ha affermato di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che il sistema possa proseguire e ha sostenuto che l’accordo non penalizzi gli altri Stati, contribuendo invece a creare i giusti incentivi per produttività e crescita.
Dall’altra parte della disputa si schiera il South Australia. Il tesoriere Tom Koutsantonis ha definito l’accordo del 2018 “ingiusto” e “immorale”, sostenendo che abbia favorito il Western Australia a scapito degli altri Stati.
Il nodo è il principio della Horizontal Fiscal Equalisation (HFE), il meccanismo attraverso cui le entrate vengono redistribuite per garantire agli Stati una capacità comparabile di fornire servizi pubblici. Secondo Koutsantonis, la possibilità che uno Stato venga favorito in un determinato momento e penalizzato in un altro è parte stessa del principio di un’Australia più equilibrata.
Anche il New South Wales è intervenuto nel dibattito. Il tesoriere Daniel Mookhey ha contestato l’argomento secondo cui gli Stati ricchi di risorse minerarie non dovrebbero essere penalizzati, osservando che la stessa logica potrebbe essere rivendicata da tutti gli Stati che stanno sviluppando o intendono sviluppare le proprie risorse naturali.
È proprio questo uno dei timori alla base della nuova polemica: che un’eccezione pensata per il Western Australia finisca per creare richieste analoghe da parte degli altri Stati. A prendere posizione è stato ora anche il premier del Victoria, Ben Carroll, che ha definito eccessivi i commenti del premier del Western Australia Roger Cook, il quale aveva bollato gli autori del rapporto come “pagliacci della east-coast”.
Carroll ha sostenuto che la Productivity Commission abbia messo in evidenza ciò che, a suo giudizio, economisti ed esperti di politica pubblica sanno da anni: il Western Australia beneficia di un trattamento particolarmente favorevole sulla GST, in aggiunta alle ingenti royalty minerarie.Il premier del Victoria ha chiesto una revisione del sistema, precisando che non si tratta di aumentare la GST, ma di renderne più equa la distribuzione.
In particolare, ha sottolineato la posizione del Victoria, Stato in forte crescita demografica e chiamato a sostenere una parte significativa dei servizi nazionali. Per Carroll, dunque, la questione non riguarda soltanto gli interessi del Victoria, ma la sostenibilità dell’intero sistema federale: la distribuzione della GST, ha detto, deve essere “equa e sostenibile per tutta l’Australia, non per un solo Stato”.