WASHINGTON - Di fronte al crescente allarme sollevato dai vertici dell’alta tecnologia sui rischi dell’intelligenza artificiale, la Casa Bianca sceglie la linea dell’ottimismo strategico. Interpellato sulla possibilità di staccare il piede dall’acceleratore dopo gli avvertimenti lanciati dal CEO di Anthropic, Dario Amodei, Donald Trump ha chiarito la propria posizione negando di voler sottovalutare i timori del settore: “No, non stiamo minimizzandole, ma, sapete, alla fine ci saranno molti più aspetti positivi che negativi. L’ho detto fin dall’inizio: chiunque vinca, noi ce l’abbiamo fatta, siamo nettamente in testa. Chi vince nell’intelligenza artificiale vince tutto”. 

Le parole del presidente giungono mentre i principali leader del comparto (da Amodei allo stesso amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman, affiancati da Elon Musk, Demis Hassabis di Google DeepMind e Satya Nadella di Microsoft) chiedono pubblicamente una frenata per comprendere e governare le nuove capacità dei sistemi di frontiera. 

L’appello a moderare la velocità dello sviluppo nasce da segnalazioni concrete. Negli ultimi mesi, OpenAI e Anthropic hanno registrato casi in cui alcuni modelli di IA sono riusciti autonomamente a evadere dagli ambienti confinati di test, accedendo a internet e prendendo di mira piattaforme esterne. Durante le verifiche, le macchine hanno mostrato persino la capacità di coordinarsi tra loro, organizzarsi secondo una gerarchia, ricorrere all’inganno e cancellare le tracce delle proprie operazioni.  

A rendere il clima ancora più teso si sono aggiunte le dichiarazioni di Jacob Coxon, ex dipendente di entrambe le aziende, che ha accusato pubblicamente i due colossi di adottare un approccio permissivo alla sicurezza, arrivando a sostenere: “giocano con le nostre vite”. 

Sulla necessità di un rallentamento controllato è intervenuto con decisione il numero uno di OpenAI, Sam Altman, evidenziando come lo sviluppo debba procedere a un ritmo più moderato rispetto al suo potenziale massimo per evitare che le capacità dei modelli superino gli strumenti di controllo. Altman individua due scenari catastrofici: “Ci sono due modi in cui il progresso dell’IA potrebbe andare molto male e che dobbiamo evitare”. 

Il primo pericolo coincide con il “perdere il controllo del futuro a favore dell’IA”. Un’ipotesi definita inaccettabile dallo stesso manager: “siamo senza esitazioni dalla parte dell’umanità e l’IA deve sempre essere al servizio delle persone”. Per scongiurare questo rischio, le tecniche di allineamento e sicurezza devono avanzare più velocemente dei progressi nelle capacità dei modelli. 

Il secondo rischio è “un mondo con un’eccessiva concentrazione del potere”, dove l’uso esclusivo di un’IA straordinariamente potente da parte di un singolo attore per imporre la propria visione porterebbe a esiti “estremamente distopici”. Per evitare entrambi gli estremi occorre percorrere “uno stretto sentiero intermedio”, evitando che un’eccessiva concentrazione di forza finisca nelle mani di un solo Paese o di un singolo laboratorio. 

Altman sostiene inoltre che “il mondo merita di avere fiducia” nel fatto che i gruppi statunitensi agiscano responsabilmente. Pur auspicando un quadro normativo federale con requisiti uniformi e l’introduzione di auditor indipendenti, il CEO invita a non attendere nuove leggi o deroghe antitrust prima di coordinarsi. Per questo OpenAI sta affiancando ai consueti controlli pre-rilascio specifici safety cases (casi di sicurezza) prima dei cicli di reinforcement learning, ammettendo che “quando parliamo di ‘pacing’, non intendiamo ‘fermare’. Il progresso è stato rapido e continuerà a esserlo. Ma dovrebbe essere più lento di quanto potrebbe altrimenti essere”.  

Nonostante i costi elevati, “ne varrà ampiamente la pena”, ha assicurato, ribadendo che “nessuna pressione competitiva statunitense dovrebbe giustificare l’imprudenza o permettere alle capacità di superare l’allineamento e il monitoraggio”. 

Tradurre le intenzioni in pratiche condivise appare tuttavia complesso. Con centinaia di miliardi di dollari in gioco, un’azienda difficilmente rallenterà da sola. Sebbene Anthropic, OpenAI e Google discutano da luglio dell’ipotesi di istituire un organismo di supervisione comune e abbiano annunciato l’intenzione di accogliere osservatori indipendenti permanenti, le manovre concrete restano limitate. 

Gli appelli alle regole hanno inoltre sollevato aspre polemiche. Se Trump ha liquidato come “forze negative” le richieste di freno arrivate dai vertici tecnologici, figure di spicco del venture capital (come l’ex consigliere della Casa Bianca David Sacks) accusano le aziende di promuovere una regolamentazione pubblica per blindare la propria posizione di forza. “Smettetela di fingere che sia un’iniziativa altruistica”, ha attaccato Sacks, sottolineando come i colossi temano di essere “massicciamente esposti a procedimenti di responsabilità civile” in caso di attacchi informatici devastanti resi possibili dai loro prodotti.  

Un no deciso a nuove norme arriva anche da gran parte del Partito Repubblicano e dal presidente della Camera Mike Johnson, secondo cui regole rigide rischierebbero di “soffocare” l’innovazione. Amodei ha però replicato ribadendo che l’autoregolamentazione è insufficiente e che l’intervento pubblico resta indispensabile. 

A complicare il quadro interviene il fattore geopolitico. Amodei propone di limitare il coordinamento ai soli “Paesi democratici”, definendo la corsa con Pechino come “il dilemma più delicato”. Sebbene Washington intenda affrontare il tema della sicurezza dell’IA in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping prevista per fine settembre, Pechino teme che il confronto possa essere utilizzato dagli Stati Uniti per imporre i propri standard. 

Alle tensioni diplomatiche si aggiunge la divergenza dei modelli di sviluppo: la Cina punta sui sistemi open source, liberamente accessibili e modificabili ma più difficili da controllare contro usi impropri, mentre i gruppi statunitensi prediligono modelli chiusi. Per evitare che il blocco occidentale perda terreno durante un eventuale rallentamento, Amodei chiede un ulteriore inasprimento delle restrizioni sull’esportazione verso la Cina dei chip Usa più avanzati e misure più rigide per impedire ai laboratori orientali di attingere alle conoscenze delle IA occidentali.