WASHINGTON - L’amministrazione statunitense sta registrando una significativa escalation nelle valutazioni strategiche verso Cuba, accarezzando l’ipotesi di un’azione militare. Lo rivela la testata Politico, citando fonti informate sui colloqui in corso tra Washington e L’Avana.

Fino a ora, la strategia della Casa Bianca si era concentrata sulla massima pressione economica e diplomatica, ma lo scenario geopolitico globale sta spingendo i falchi di Washington a vagliare nuove opzioni. 

Secondo le fonti, il presidente Donald Trump e i suoi più stretti collaboratori sarebbero profondamente frustrati dall’andamento della campagna di sanzioni. L’azzeramento delle forniture di carburante ha portato l’isola di 10 milioni di abitanti sull’orlo del collasso energetico, ma non ha spinto la leadership cubana ad accettare le riforme economiche e politiche pretese dagli Stati Uniti.  

“L’umore è definitivamente cambiato – spiega una fonte interna a Politico –. L’idea iniziale era che la leadership cubana fosse debole e che la combinazione di sanzioni, blocco petrolifero e le vittorie militari statunitensi in Venezuela e in Iran avrebbero spaventato l’isola, spingendola a un accordo. Ora che in Iran le cose stanno andando diversamente e i cubani si stanno dimostrando più duri del previsto, l’azione militare è sul tavolo in un modo in cui non era mai stata prima”. 

La tensione è alimentata anche dalle indiscrezioni trapelate la scorsa settimana riguardo a una possibile incriminazione formale da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’ex presidente Raúl Castro, oggi 94enne. Molti osservatori hanno speculato sull’ipotesi di un blitz militare mirato a catturare il novantaquattrenne fratello di Fidel, sul modello dell’operazione scattata il 3 gennaio a Caracas per la cattura di Nicolás Maduro. 

Tuttavia, fonti del Pentagono riferiscono che i piani approntati nelle scorse settimane dallo US Southern Command vanno ben oltre il blitz contro singoli individui. Le opzioni sul tavolo del comandante in capo spaziano da un singolo raid aereo dimostrativo, teso a terrorizzare il regime, fino a un’ipotetica invasione di terra.  

Ma la Casa Bianca ha gettato acqua sul fuoco, precisando che un attacco non è imminente: “È compito del Pentagono fare i preparativi in modo da dare opzioni al presidente, ma questo non significa che sia già stata presa una decisione”. L’amministrazione si dice comunque convinta che il governo di Cuba presto “cadrà” e che gli Stati Uniti saranno pronti ad “aiutare” nella transizione. 

Viene invece escluso categoricamente un coinvolgimento attivo della dissidenza cubana all’estero: “È stato determinato che gli esiliati non avranno alcun ruolo se non come sostenitori e agitatori; questa non sarà una Baia dei Porci 2.0”, assicurano le fonti. 

A surriscaldare l’atmosfera si aggiunge un rapporto dell’intelligence Usa diffuso da Axios subito dopo la visita a sorpresa della scorsa settimana del direttore della Cia, John Ratcliffe. Secondo i servizi segreti di Washington, il governo cubano avrebbe acquistato circa 300 droni militari e starebbe valutando come impiegarli contro obiettivi statunitensi, in particolare contro la base navale di Guantánamo o direttamente a Key West, in Florida, in caso di conflitto. 

Molti analisti di sicurezza nazionale hanno interpretato la fuga di notizie sui droni come una mossa calcolata dell’intelligence statunitense per fabbricare un casus belli e legittimare un’eventuale azione armata.

L’ambasciata cubana negli Stati Uniti ha respinto duramente le accuse: “Coloro che dagli Stati Uniti vogliono la sottomissione e la distruzione della nazione cubana non perdono un momento a fabbricare pretesti, creare e diffondere falsità e distorcere come straordinaria la logica preparazione richiesta per fronteggiare una potenziale aggressione”. 

Sul fronte opposto, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto via social alle minacce di Washington, avvertendo che qualsiasi aggressione militare avrebbe conseguenze “catastrofiche” per la stabilità regionale.

“Le minacce di aggressione militare a Cuba da parte della più grande potenza del pianeta sono note, e la sola minaccia costituisce un crimine internazionale. Trasformarla in fatti provocherebbe un bagno di sangue di conseguenze incalcolabili, insieme alla distruzione della pace e della stabilità”, ha ammonito il leader cubano, ribadendo che il Paese non si lascerà intimidire.