SYDNEY - Famiglie e imprese non dovrebbero pagare bollette più alte per sostenere l’arrivo di data centre ad alto consumo energetico nei loro quartieri, lo sostengono gli esperti ascoltati dall’inchiesta del governo del New South Wales sul settore.
Ieri, durante la quinta udienza, giuristi, specialisti di pianificazione e rappresentanti del governo statale hanno avvertito che, senza regole più chiare, i grandi hub digitali potrebbero far aumentare il prezzo dell’energia o sovraccaricare la rete elettrica. Il rischio, secondo alcune testimonianze, è che l’Australia ripeta errori già osservati all’estero.
Nel NSW sono stati costruiti finora più di 90 data centre, mentre aziende come Microsoft, Amazon, AirTrunk e NextDC cercano di rispondere alla crescita della domanda per strumenti di intelligenza artificiale, cloud e servizi digitali. Ma la stessa espansione solleva interrogativi su energia, acqua, infrastrutture e uso del suolo.
Il ministro dell’Energia del NSW Penny Sharpe ha detto che i governi australiani hanno discusso regole per l’approvazione dei data centre, con attenzione a consumo energetico, necessità infrastrutturali e trasparenza dei dati. La preoccupazione principale, per i ministri statali dell’Energia, è evitare che la domanda dei data centre metta sotto stress la rete.
Sharpe è stata chiara in merito: i consumatori non devono pagare di più. Chi vuole costruire un data centre, ha detto, deve coprirne il costo, non solo tramite oneri di connessione e piccoli adeguamenti, ma anche per evitare che l’aumento della capacità richiesta ricada sulle bollette generali. Il governo del NSW sta preparando linee guida per le autorizzazioni, ma non sono ancora pronte.
La professoressa di diritto della University of Sydney Penelope Crossley ha ricordato che il problema non riguarda solo l’Australia. Negli Stati Uniti, in aree con molti data centre, la domanda elettrica ha già prodotto situazioni estreme. In un distretto scolastico della Virginia, ha detto, agli insegnanti è stato chiesto di non usare le luci per timore di insufficiente disponibilità di energia e costi crescenti.
Secondo Crossley, l’Australia può imparare anche da altri sistemi regolatori, imponendo batterie come riserva energetica invece dei generatori diesel e valutando con attenzione gli effetti di eventuali moratorie temporanee.
Il professor David Reilly, fisico docente presso la stessa università, ha indicato però anche possibili soluzioni tecnologiche. Progressi nel quantum computing potrebbero rendere più efficienti alcuni processi AI, mentre il raffreddamento criogenico potrebbe ridurre il consumo d’acqua. In prospettiva, ha detto, grandi data centre potrebbero essere costruiti anche in zone aride dell’interno australiano, se collegati a energie rinnovabili e a sistemi avanzati di stoccaggio.
L’inchiesta presenterà le conclusioni entro il 30 settembre. Il nodo è già chiaro: l’Australia vuole attirare l’economia dell’AI, ma non può trattare energia, acqua e rete elettrica come dettagli secondari.