BRUXELLES - L’Unione Europea ha compiuto passi avanti significativi rispetto al 2022, ma la strada per costruire un sistema di difesa comune capace di respingere un attacco straniero entro il 2030 rimane in salita.
A scattare la fotografia dei limiti strutturali del Blocco è la Corte dei Conti europea, che nell’ultima revisione sulla politica di difesa evidenzia come i principali ostacoli rimangano la frammentazione dei sistemi nazionali, le strozzature industriali e una radicata dipendenza dagli Stati Uniti.
I giudici contabili riconoscono che l’Ue è decisamente meglio preparata rispetto al 2019 (anno della precedente revisione) e al periodo antecedente l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia.
Tuttavia, la capacità di sostenere autonomamente una guerra ad alta intensità e il raggiungimento dell’autonomia strategica entro la fine del decennio rappresentano traguardi complessi.
Marek Opioa, membro della Corte dei Conti e alla guida della revisione, ha spiegato: “Raggiungere la prontezza di difesa nell’Ue entro il 2030 rimane una sfida. Esistono ancora difficoltà importanti, come la frammentazione dei sistemi nazionali o le strozzature industriali. Inoltre, dipendiamo ancora dagli Stati Uniti”.
Parlando al Guardian, Opioa ha evidenziato che l’Ue potrebbe “ancora fare grandi progressi” a patto di incrementare drasticamente i fondi destinati alla difesa e accelerare la produzione di munizioni.
I numeri mostrano una reazione alla minaccia russa: tra il 2020 e il 2025 gli Stati membri hanno aumentato la spesa militare del 79%, rincorrendo gli obiettivi stabiliti dalla Nato. Nel novembre 2024, il Blocco ha inoltre consegnato un milione di munizioni all’Ucraina, sebbene con otto mesi di ritardo sulla tabella di marcia.
L’organo di controllo finanziario avverte però che la scarsezza di cooperazione tra i governi rischia di generare duplicazioni di spesa e lacune operative persistenti.
La frammentazione del comparto industriale trova un esempio emblematico nella decisione di Francia e Germania di abbandonare il progetto congiunto da 100 miliardi di euro per la costruzione di un caccia di nuova generazione, naufragato per le divergenze tra le aziende capofila sulla leadership e sul controllo del programma.
Il documento mette inoltre in luce il contrasto tra le esigenze immediate del campo di battaglia e la linea politica del “Buy European”, nata per ridurre il ricorso a fornitori terzi. Secondo uno studio citato dalla Corte dei Conti, tra febbraio 2022 e giugno 2023 ben il 78% degli acquisti di armamenti da parte dei governi Ue è arrivato da Paesi extra-comunitari, con gli Stati Uniti da soli a coprire il 63% degli approvvigionamenti.
Le direttive europee impongono che la spesa comune premi le industrie interne o di nazioni strettamente associate, come Norvegia e Ucraina, prevedendo deroghe solo quando l’Europa non è in grado di produrre forniture critiche nei tempi richiesti. A dimostrazione di questa rigidità produttiva, a seguito dei devastanti attacchi missilistici e di droni condotti dalla Russia nel corso dell’estate, l’Ucraina ha chiesto formalmente una deroga alle clausole del “Buy European” per poter acquistare sistemi intercettori Patriot di fabbricazione statunitense attingendo al prestito di sostegno europeo da 90 miliardi di euro.