MILANO - Rete ferroviaria italiana (Rfi) difende il proprio sistema di sicurezza nel processo d’appello per il disastro ferroviario di Pioltello (nel Milanese), avvenuto il 25 gennaio 2018, nel quale morirono tre persone e oltre cento rimasero ferite.
Quel giorno, il treno regionale Trenord 10452, partito da Cremona e diretto a Milano Porta Garibaldi, deragliò nei pressi della stazione di Pioltello-Limito a causa della rottura di un giunto delle rotaie in pessime condizioni.
Davanti alla Corte d’Appello di Milano, l’avvocato Gabriele Casartelli, che assiste Rfi insieme al professor Ennio Amodio, ha sostenuto che l’organizzazione della società “ha funzionato come doveva funzionare” e che non sono emerse responsabilità nella gestione della sicurezza.
Il legale ha richiamato la sentenza di primo grado, nella quale, ha sottolineato, il Tribunale aveva riconosciuto che il sistema di controllo e gestione di Rfi era conforme alla legge e che le procedure previste erano state rispettate.
Secondo Casartelli, i giudici avevano inoltre espresso valutazioni positive sull’approccio della società alla sicurezza ferroviaria, riconoscendo l’adeguatezza del modello organizzativo adottato.
Il disastro avvenne a causa di un giunto ferroviario in pessime condizioni, che provocò il deragliamento di un treno. L’incidente causò tre morti e oltre cento feriti.
Nel febbraio 2025, il Tribunale di Milano aveva assolto otto imputati, tra dirigenti e vertici di Rfi, dalle accuse di disastro ferroviario colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime. Era stata assolta anche la società, chiamata a rispondere nell’ambito della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti.
L’unica condanna era stata inflitta a Marco Albanesi, ex responsabile dell’Unità dei manutentori, al quale erano stati assegnati cinque anni e tre mesi di reclusione. In appello, Albanesi ha chiesto di concordare con l’accusa una pena di tre anni e quattro mesi.
La Procura, però, contesta parte delle assoluzioni pronunciate in primo grado.
Nell’udienza del 15 settembre, la pm Maura Ripamonti e la sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi hanno chiesto una condanna a otto anni e quattro mesi per l’ex amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile e per l’ex dirigente Umberto Lebruto.
Per un altro ex dirigente, Vincenzo Macello, è stata chiesta una pena di sette anni e dieci mesi. Tutti e tre erano stati assolti in primo grado.
L’accusa ha inoltre ribadito la richiesta di una sanzione pecuniaria di 900mila euro nei confronti di Rfi.
All’udienza sono intervenuti anche i legali delle parti civili ancora presenti nel procedimento. Molti dei danneggiati hanno infatti raggiunto accordi di risarcimento al di fuori del processo.
Il dibattimento proseguirà il 12 novembre, quando è previsto un nuovo intervento delle difese. La Corte dovrà poi stabilire se confermare le assoluzioni di primo grado o accogliere, in tutto o in parte, le richieste dell’accusa.