GINEVRA - L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha lanciato un duro monito sulla nuova epidemia di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo (RDC). “La situazione è profondamente preoccupante”, ha scritto su X il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, evidenziando come la violenza e l’insicurezza nell’est del Paese stiano gravemente ostacolando i soccorsi. 

I numeri, in costante evoluzione, descrivono uno scenario parzialmente sommerso: a fronte di 82 casi confermati e 7 decessi accertati, si contano già quasi 750 casi sospetti e 177 morti in corso di verifica. Al momento l’epidemia ha varcato i confini nazionali solo in modo isolato: in Uganda la situazione resta stabile con due casi confermati e un decesso tra persone rientrate dalla RDC. 

A differenza delle passate emergenze causate dal ceppo Zaire, questa nuova ondata è provocata dal virus Bundibugyo, una variante rara (identificata finora solo nel 2007 in Uganda e nel 2012 in Congo) per la quale non esistono terapie o vaccini approvati. 

Per fare fronte alla carenza di contromisure mediche, l’Oms ha riunito d’urgenza la propria rete di esperti raccomandando di dare priorità alla sperimentazione clinica di due specifici anticorpi monoclonali. È inoltre in fase di sviluppo, in collaborazione con l’Africa CDC e il Collaborative Open Research Consortium, uno studio per valutare l’efficacia dell’antivirale obeldesivir come profilassi post-esposizione per i soggetti ad alto rischio. 

Mentre la macchina scientifica si mette in moto, le condizioni sul campo nell’Ituri (l’epicentro del contagio) sono drammatiche. Una valutazione condotta dall’organizzazione umanitaria ActionAid in 12 comunità delle zone sanitarie di Nyankunde, Nizi e Bunia ha svelato una quasi totale assenza di difese sanitarie.  

Dall’indagine emerge che l’83% delle scuole non dispone di postazioni per il lavaggio delle mani o per l’igiene specifica, mentre l’81% degli istituti è privo di protocolli di isolamento o di risposta attiva e nel 78% dei casi mancano persino i dispositivi di protezione individuale per docenti e studenti. A questo quadro si aggiunge il fatto che il 74% degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione e il 67% delle scuole non è mai stato visitato dalle autorità sanitarie. 

La situazione è già critica: il 29% delle scuole ha già registrato almeno un caso sospetto o un contatto stretto. “I nostri insegnanti hanno paura e vengono a scuola senza protezione. Se un bambino arriva malato, non sappiamo cosa fare”, denuncia Panza, membro del Comitato dei genitori a Nyankunde. 

L’indagine di ActionAid (presente nell’Ituri dal 2022 con programmi d’emergenza) evidenzia inoltre un pesante divario di genere: l’82% delle donne intervistate ha dichiarato di essere la figura principale deputata all’assistenza dei familiari malati. In contesti già gravati dagli sfollamenti dovuti ai conflitti armati, questo ruolo espone donne e ragazze al contagio in modo sproporzionato, data la totale mancanza di DPI (Dispositivo di Protezione Individuale) e di formazione medica. 

Il livello di allerta internazionale è testimoniato dal trasferimento d’urgenza in Germania di un cittadino statunitense, operatore umanitario in Congo, risultato positivo al virus. Un secondo cittadino Usa, considerato contatto ad alto rischio, è stato invece trasferito nella Repubblica Ceca. 

Pur ribadendo che il rischio sul suolo nazionale resta basso, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi hanno emanato un’ordinanza restrittiva per blindare i confini.  

Viene temporaneamente sospeso l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i cittadini stranieri che abbiano transitato nei 21 giorni precedenti in RDC, Uganda o Sud Sudan. Il divieto non si applica ai cittadini statunitensi e ai residenti permanenti, i quali verranno tuttavia reindirizzati dalle compagnie aeree verso l’aeroporto internazionale di Washington, unico hub d’ingresso autorizzato. 

A Washington, tutti i viaggiatori provenienti dall’area a rischio vengono scortati in una zona protetta per essere sottoposti a uno screening sanitario multilivello: controllo della temperatura con termometri senza contatto, questionario sui sintomi e raccolta dei dati personali. Chi non presenta sintomi può proseguire verso la destinazione finale, ma i suoi dati vengono condivisi con i dipartimenti sanitari locali per un monitoraggio domiciliare continuo fino al termine dei 21 giorni di incubazione.