Partire, per alcuni, non significa semplicemente lasciare una città. Significa inseguire la possibilità concreta di diventare ciò che si desidera essere. E per chi sceglie una strada creativa, spesso la partenza assume il sapore di una necessità più che di un’avventura.
Antonello Novellino, produttore e regista originario della provincia di Salerno, questo lo ha imparato molto presto. Prima i lavori nelle sale cinematografiche, poi le televisioni locali, le telecamere comprate con sacrificio, i primi cortometraggi realizzati con gli amici, fino ad arrivare alla Spagna, ai festival internazionali, alle coproduzioni europee e ai numerosi progetti cinematografici che oggi lo vedono impegnato tra Madrid, le Canarie e l’America Latina.
Eppure, nonostante una vita trascorsa attraversando Paesi, produzioni e culture differenti, il Sud continua a restare il centro emotivo del suo immaginario.
“L’Italia per me è cultura. È il posto dove sono cresciuto”, ha raccontato Novellino nel corso di una nostra intervista. “Però, professionalmente, devo molto ai Paesi dove ho vissuto. Se oggi faccio questo lavoro è anche perché sono partito”.
Originario di Fratte, quartiere alla periferia di Salerno, Antonello Novellino ha iniziato a lavorare nel Cinema Modernissimo quando aveva appena quindici anni. Vendeva popcorn, staccava biglietti e faceva “un po’ di tutto”, mentre nel frattempo osservava il grande schermo con l’attenzione quasi ossessiva di chi, ancora senza saperlo, sta già cercando il proprio linguaggio.
“Guardavo tonnellate di film tutti i giorni. Quattro film differenti, oppure quattro volte lo stesso film. È lì che mi sono innamorato del cinema”.
Da quell’esperienza è iniziato un percorso costruito lentamente e in maniera trasversale: prima l’organizzazione di eventi e rassegne, poi il lavoro come operatore video per televisioni locali, i programmi televisivi, fino all’acquisto della sua prima telecamera e all’ingresso nel mondo della produzione cinematografica.
Dopo essersi laureato in Antropologia all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sul rapporto tra cinema e cultura nella Spagna contemporanea, Novellino ha continuato a formarsi partecipando a workshop e corsi con alcune delle figure più importanti dell’industria cinematografica internazionale, tra cui Abbas Kiarostami, Mario Monicelli, Vittorio Storaro e Gillo Pontecorvo.
Negli anni ha lavorato come produttore, regista e direttore di produzione in numerosi progetti cinematografici e audiovisivi, collaborando anche con televisioni internazionali e produzioni indipendenti. I suoi cortometraggi e film hanno ricevuto centinaia di premi e riconoscimenti internazionali, mentre il lungometraggio Blue Lips — presentato anche alla Semana Internacional de Cine de Valladolid — ha segnato il suo passaggio definitivo al cinema su larga scala.
Eppure, nonostante il respiro internazionale della sua carriera, nel racconto di Antonello Novellino emerge continuamente il tema delle radici.
“Mi sento molto legato al Sud, a Napoli, a Salerno. Sono contento di appartenere a questa terra”, ha spiegato.
Una presenza costante, quella delle sue origini, che riaffiora anche nei suoi lavori cinematografici. Alcune delle sue opere, infatti, riportano atmosfere e dinamiche profondamente legate alla vita del Meridione, ai piccoli paesi segnati dal terremoto dell’Irpinia, alle campagne del Sud e ai cambiamenti umani e sociali che caratterizzano queste realtà.
“In Intercambio, per esempio, ci sono molte similitudini con la vita della campagna e con certi modi di vivere del Sud. Alcuni personaggi mi ricordano me stesso da piccolo”.
Anche Blue Lips, girato in parte a Matera, conserva questo legame emotivo e visivo con il territorio meridionale.
A un certo punto della sua vita, Novellino ha scelto di trasferirsi in Spagna. Una decisione inizialmente personale, ma che si è trasformata ben presto anche in un’opportunità professionale.
“Quando arrivai, la prima cosa che notai era che tutto costava meno. Ma soprattutto trovai un ambiente molto più professionale”.
Secondo il regista, la Spagna ha dimostrato negli anni una maggiore apertura nei confronti del cinema indipendente e delle produzioni d’autore, creando un ecosistema più accessibile anche per chi non proviene da ambienti privilegiati.
“In Spagna ho avuto possibilità che in Italia probabilmente non avrei avuto, anche non essendo figlio di nessuno”.
Una riflessione che Novellino estende anche al ruolo delle piattaforme streaming nel panorama cinematografico contemporaneo. Contrariamente a quanto spesso si pensa, infatti, il produttore ritiene che realtà come Netflix e Prime Video abbiano contribuito, almeno in Spagna, a dare spazio anche a produzioni indipendenti e film d’autore.
“C’è molta più apertura. Non è solo fare i propri film: arrivano produzioni da fuori, si lavora insieme, nascono coproduzioni internazionali”.
Ed è proprio il concetto di collaborazione internazionale a emergere come uno degli aspetti centrali del suo percorso professionale. Festival, incontri e coproduzioni sono diventati nel tempo strumenti essenziali per costruire nuovi progetti e creare connessioni artistiche tra Paesi differenti.
Novellino ha raccontato di stare lavorando attualmente a un documentario dedicato a Leonardo da Cutro, scacchista del Cinquecento considerato uno dei primi grandi campioni della storia degli scacchi, in una coproduzione che coinvolge Portogallo, Spagna, Italia e Perù.
Nonostante la dimensione nomade della sua vita, oggi divisa tra Spagna, Canarie, Italia e America Latina, il concetto di “casa” sembra aver assunto per lui un significato diverso, meno geografico e più emotivo. “Casa è dove stai bene con le persone che ami”.
Un sentimento, questo, che accompagna tanti italiani all’estero, ovvero la consapevolezza che certe radici non smettono mai davvero di seguirti, anche quando la vita ti porta altrove.
Novellino lo ritrova nei paesaggi delle Canarie che gli ricordano la costa salernitana, nei piccoli dettagli quotidiani, nei sapori dell’infanzia che riaffiorano improvvisamente a migliaia di chilometri di distanza. “L’altro giorno ho trovato un budino identico a quello che faceva mia nonna”.
Ed è lì, tra la memoria e il movimento continuo – l’adattamento - che si trova il filo invisibile che tiene insieme tutta la sua storia: quella di un uomo partito dal Sud per fare cinema nel mondo, senza smettere mai davvero di guardare verso casa.