Per molte famiglie italiane, la parola emigrazione custodisce ancora oggi un intreccio di malinconia, orgoglio e ferite mai del tutto rimarginate. Le ‘valigie di cartone’ della diaspora raccontano un’Italia bellissima ma fragile, piegata dalla povertà, dall’incertezza e dal timore del domani. Raccontano un viaggio geografico, ma anche emotivo: uno strappo violento dalle proprie radici e un nuovo inizio spesso costruito in solitudine, in una terra sconosciuta.

La storia di Elvira Di Lizio – la socia più anziana dell’Abruzzo Club, memoria preziosa di un’intera comunità – segue però una traiettoria diversa. Elvira ci offre un racconto che sorprende: quello di una donna che, nella terra d’approdo, non ha visto nostalgia ma tanta liberazione. Nata a Ripa Teatina, in provincia di Chieti, il 3 agosto 1928, Elvira ricorda con chiarezza l’Italia devastata dalla guerra: le bombe che scuotono la notte, il frastuono dei carrarmati, le urla strazianti per strada, le stradine sconnesse. Ma più di tutto, ricorda la mancanza di libertà. “In Italia non ero libera”, ripete. 

E ricorda, ancora più distintamente, un suocero sospettoso e possessivo, pronto a controllare ogni suo passo: simbolo vivido di una cultura soffocante, un’asfissia familiare in cui, in quegli anni, si specchiano molte donne italiane. “A casa non potevo parlare”, racconta senza esitazione.

“Mio fratello viveva già da tempo in Australia, dove aveva trovato lavoro e comprato casa. Mio marito aveva deciso allora di seguirlo per vedere com’era la vita lì”, racconta. Così Elvira va a vivere, secondo un’usanza piuttosto comune a quei tempi, a casa dei suoceri.

Un episodio, in particolare, le resta impresso: “Era estate, faceva caldo. Avevo messo a mia figlia, che era piccolina, dei pantaloncini. Passeggiavamo serene per le stradine del paese quando ho visto arrivare mio suocero. Era furioso. Mi ha ordinato di tornare subito a casa”. È una scena che parla da sé, un frammento di vita che sintetizza un intero sistema di divieti e rigide imposizioni.

Nel 1955, a 27 anni, sale su una nave con la sua bambina di tre anni, Liliana, per raggiungere il marito Nicola. Il viaggio è faticoso, interminabile, punteggiato da nausea, stanchezza e un orizzonte che sembra non finire mai. “Non riuscivo ad uscire dalla cabina”, ricorda. La cognata, sua compagna di viaggio, la sostiene, gioca con la figlia e la rincuora.

A Melbourne, però, tutto cambia. In appena una settimana – senza conoscere una sola parola d’inglese – Elvira trova lavoro in una fabbrica di camicie. Comunica a gesti, osserva le colleghe, impara, e in breve tempo produce più di quanto le venga richiesto: “Venivo pagata 8 dollari l’ora, non male come primo lavoro”, racconta con ironia. È un nuovo mondo: nessuno la scruta, nessuno la rimprovera, nessuno pretende di controllarla. “Mi sentivo finalmente libera”, asserisce. Una sera torna a casa tardi perché non trova la fermata del tram; la famiglia si preoccupa, ma nessuno le punta il dito contro. Accade qualcosa che lei, in Italia, non aveva mai sperimentato: l’assenza del giudizio.

Poi, la vita si incrina di nuovo. Gravidanze interrotte, un parto drammatico all’ospedale di Preston, la perdita di una bambina che non ha mai potuto abbracciare. “Avevo il pancione e mi sentivo molto male, ho chiamato il dottore, ma a noi italiane dicevano che eravamo troppo drammatiche, che esageravamo”. Elvira soffre, ma non si spezza. Continua a cucire, a lavorare, a rialzarsi. E quando nasce la seconda bambina, Sonia, la sua tenacia trova una nuova direzione.

Cresce le figlie in un’Australia tutt’altro che tenera con gli immigrati: a scuola gli insulti verso gli italiani sono frequenti, ma Elvira sa difendersi e insegna anche alle figlie a farlo. “Bisogna andare sempre avanti, la vita non è mai troppo gentile”, aggiunge. 

Con dignità, con forza, con la libertà che finalmente possiede. “Con tanta speranza e senza paura”, precisa. E soprattutto, senza suoceri gelosi.

Dopo alcuni anni, torna più volte in Italia con il marito. Ogni viaggio le conferma quanto il Belpaese non le manchi: “Non volevo proprio andare, ma mio marito era un uomo buono e lo accompagnavo”. E ogni volta la stessa certezza: “La mia casa è qui”.

Eppure, Elvira ammette che l’Italia di oggi non è più la stessa che vive nei suoi ricordi.

“Quando ero ragazza, nel mio paese d’origine, si andava in chiesa vestite bene e alcune ragazze indossavano un velo o un fazzoletto in testa. Io non l’ho mai messo, perché, se lo indossavi e ti veniva sfilato, ti dovevi sposare con il ragazzo che lo aveva preso”, ricorda. Poi aggiunge, “Ora questa storia può far sorridere le giovani, ma ai miei tempi queste cose succedevano sempre”.

All’Abruzzo Club – che il marito Nicola contribuì a fondare – Elvira è una presenza instancabile. Tovaglie, abiti, grembiuli, orletti delicati e minuziosi raccontano l’amore di una donna per il proprio mestiere. Oggi, quasi novantottenne, Elvira cammina dritta, parla con ironia, e attribuisce la sua longevità a una formula essenziale: “Lavorare sempre, mangiare poco, non litigare mai”. Il dolore? “Quello è inevitabile, ma passa”. Nei suoi occhi, adesso, non c’è ombra di nostalgia, né di rancore verso la patria lasciata. “Sono piuttosto serena, ho fatto un lungo viaggio e trovato la mia libertà e i miei spazi per essere me stessa”.