WASHINGTON - La guerra nel Medio Oriente non accenna a fermarsi. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato l’inizio di una nuova e imponente ondata di attacchi contro l’Iran, giunta ormai alla sua nona notte consecutiva. Un’escalation militare che si inserisce nel drammatico stallo diplomatico seguito al fallimento di un accordo preliminare per il cessate il fuoco, con Washington e Teheran impegnate a contendersi il controllo dello Stretto di Hormuz, snodo marittimo fondamentale per gli approvvigionamenti petroliferi mondiali. 

In una nota ufficiale diffusa sulla piattaforma X, l’esercito statunitense ha precisato che i raid hanno preso di mira i centri di comando e diverse installazioni militari iraniane: “Le risorse del Centcom hanno preso di mira centri di comando militari iraniani, siti di difesa aerea e di sorveglianza costiera, capacità marittime, siti di lancio di missili e droni e reti di comunicazione per ridurre ulteriormente la capacità dell’Iran di attaccare navi commerciali e marinai civili che transitano nello Stretto di Hormuz”. 

Di rientro a Washington, il presidente Donald Trump ha rivendicato con fermezza l’offensiva, commentando il bilancio delle perdite umane: “Questa sera abbiamo colpito duro l’Iran per onorare i soldati (statunitensi) caduti”. Interpellato sulle vittime militari, il tycoon si è detto “molto dispiaciuto”, aggiungendo che coloro che hanno perso la vita stavano combattendo affinché “l’Iran non possa dotarsi di un’arma nucleare”. 

Sul fronte diplomatico, il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha denunciato la strategia di Teheran prima di imbarcarsi per le Filippine, dove parteciperà alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Asean: “È chiaro che l’Iran, o almeno una parte di esso, vuole controllare lo Stretto e usarlo come strumento di pressione contro il mondo. Gli Stati Uniti faranno e continueranno a fare ciò che è necessario per proteggere la navigazione globale, ma gli altri Paesi devono iniziare a fare di più e fornire, che si tratti di mezzi militari o finanziari, per contribuire a questo obiettivo”. 

La risposta della Repubblica Islamica si è articolata su più fronti regionali. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno annunciato via Telegram, tramite l’agenzia statale Irna, di aver sferrato “un attacco a sorpresa contro il centro di comando delle operazioni speciali nemiche nella regione di Al-Tanf in Siria, per vendetta per il sangue dei soldati caduti a Iranshahr”, città situata nel sud-est dell’Iran. 

Inoltre, l’emittente statale iraniana ha trasmesso una dichiarazione del corpo militare che rivendica un attacco con missili balistici contro l’aeroporto di Aqaba, in Giordania, dove sono di stanza aerei da trasporto pesante e velivoli di comando e controllo statunitensi, causando “gravi danni a diversi velivoli”. 

I Pasdaran hanno infine reso noto di aver condotto offensive contro target militari USA in Kuwait: “Le forze iraniane hanno completamente distrutto un sistema radar di allerta precoce statunitense con un attacco di droni. In un attacco separato, hanno colpito un magazzino di attrezzature e componenti per aerei e un hangar per droni MQ-9 presso la base aerea di Ali Al Salem, incendiando diversi droni”. 

La tensione lungo la rotta del greggio resta altissima. L’Iran ha confermato la chiusura dello Stretto al transito di petrolio e gas dopo lo scoppio delle ostilità, trasformando il canale nella principale leva negoziale contro Washington, che da parte sua ha ripristinato il blocco sui porti iraniani. 

Nella tarda serata di ieri, l’agenzia Tasnim ha riportato una nota delle Guardie Rivoluzionarie che conferma l’intercettazione di navi mercantili: “Nella tarda serata di ieri, due petroliere senza autorizzazione hanno tentato di entrare e uscire nella pericolosa e insicura rotta dello Stretto di Hormuz”. I Pasdaran hanno precisato che le due imbarcazioni “sono state colpite e fermate”, aggiungendo che complessivamente “quattro navi che violavano le norme, con la complicità e il supporto di terroristi statunitensi, volevano uscire dallo Stretto di Hormuz; due di queste sono state fermate e le altre due sono tornate indietro”.