PESARO – Un team legale di donne per Ana Cristina Duarte, la cittadina brasiliana assassinata dal marito Ezio Di Levrano, condannato oggi, 24 giugno, all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Pesaro per aver ucciso la donna davanti agli occhi dei loro tre figli.
Ana Cristina, 38 anni, è stata uccisa a coltellate il 7 settembre 2024 davanti ai bambini, di allora di 6, 12 e 14 anni. Il delitto è avvenuto a Colli al Metauro, nelle Marche, e rappresenta uno dei più tragici casi di femminicidio preceduto da una lunga storia di violenza domestica.
A difendere, come parti civili, gli interessi dei tre minorenni e dei familiari di Ana Cristina c’erano l’avvocata internazionale ed ex parlamentare italiana Renata Bueno, la penalista Francesca Conte e Cristina Perozzi, responsabile della tutela e della rappresentanza degli interessi dei tre figli di Ana Cristina Duarte.
“L’ergastolo rappresenta il più alto livello di condanna che lo Stato può esprimere nei confronti di crimini particolarmente efferati – afferma Renata Bueno –. È una pena riservata a casi eccezionali, come gli omicidi aggravati e i femminicidi caratterizzati da estrema violenza. La condanna di Ezio Di Levrano al cacere a vita dimostra che la giustizia italiana ha riconosciuto non solo la brutalità dell’assassinio, ma anche l’intero contesto di violenza domestica che ha preceduto il delitto e il devastante impatto sui tre figli che hanno assistito alla morte della propria madre”,
Oltre alla pena dell’ergastolo, il tribunale ha riconosciuto le aggravanti legate all’estrema crudeltà del delitto, commesso in un contesto di violenza domestica e alla presenza, appunto, dei bambini della coppia. La sentenza ha inoltre disposto il risarcimento dei danni subiti alla famiglia di Ana Cristina Duarte.
“La decisione della giustizia italiana è stata ampia ed esemplare – sottolinea Renata Bueno –. Oltre alla massima condanna penale, è stata riconosciuta la responsabilità civile del condannato per i danni irreparabili causati ai figli, alla madre, alla sorella e agli altri familiari di Ana Cristina. Nessun risarcimento potrà mai compensare il dolore della perdita o il trauma vissuto da questi bambini, ma è fondamentale che lo Stato riconosca ufficialmente che l’intera famiglia è stata vittima delle conseguenze di questo femminicidio”.
Originaria di Nova Iguaçu, nello Stato di Rio de Janeiro, Ana Cristina aveva conosciuto Ezio Di Levrano in Brasile circa quindici anni fa. Dopo essere rimasta incinta, si era sposata e si era trasferita con lui in Italia. Poco dopo il suo arrivo nel Paese, il marito fu arrestato per traffico di droga, costringendola ad affrontare da sola la prima gravidanza.
Con il passare degli anni, Ana Cristina è diventata vittima di ripetuti episodi di violenza domestica. Nel 2023 aveva presentato denuncia contro il marito alle autorità italiane, salvo poi ritirarla successivamente.
La situazione è comune tra le donne intrappolate in cicli di violenza, dipendenza emotiva, vulnerabilità economica e preoccupazione per il futuro dei figli. Una fragilità esacerbata dal fatto di trovarsi da sola, con tre figli piccoli, in un Paese straniero, senza risorse proprie e lontano da una rede di sostegno materiale e morale.
“Ana Cristina desiderava separarsi e ricostruire la propria vita. Tuttavia, come accade a molte donne vittime di violenza, incontrava enormi difficoltà nell’abbandonare quella situazione, soprattutto per la preoccupazione di garantire protezione e stabilità ai propri figli”, evidenzia Renata Bueno.
L’avvocata sottolinea inoltre l’importante valore giuridico e simbolico del risarcimento disposto dal tribunale.
“Il femminicidio non colpisce soltanto la donna assassinata – afferma –. Distrugge intere strutture familiari, lasciando ferite emotive, psicologiche e sociali permanenti. Nel riconoscere il diritto al risarcimento della famiglia, la giustizia italiana prende atto dell’ampiezza di questa tragedia e riafferma che la violenza contro le donne comporta responsabilità che vanno ben oltre la sfera penale.”
Nonostante la condanna rappresenti un importante passo verso la giustizia, resta ancora aperta una questione particolarmente delicata: il futuro dei tre figli di Ana Cristina.
Durante l’udienza era presente anche l’avvocata Cristina Perozzi, incaricata di seguire gli interessi dei minori e di garantire che i loro diritti siano tutelati in tutte le decisioni relative all’affidamento e alla loro protezione.
Attualmente i tre fratelli sono sotto la tutela delle autorità italiane, mentre il tribunale valuta le possibili soluzioni definitive per loro. Tra le ipotesi vi sono l’affidamento alla famiglia materna in Brasile, la permanenza nell’attuale struttura di accoglienza o altre misure che rispondano al superiore interesse dei minori. La famiglia paterna ha già dichiarato di non voler richiedere l’affidamento.
“Il nostro impegno continua affinché questi bambini vedano garantiti i loro diritti, la loro sicurezza e la possibilità di ricostruire la propria vita circondati da affetto e protezione. Nessuna sentenza potrà restituire loro la madre, ma la giustizia deve assicurare che abbiano un futuro dignitoso”, afferma Renata Bueno.
L’avvocata sottolinea infine che questa sentenza rappresenta un importante messaggio nella lotta contro la violenza di genere.
“Si tratta di una decisione storica, che riafferma l’impegno della giustizia italiana nella tutela delle donne e nella piena responsabilizzazione degli autori di femminicidio. Ora continuiamo a seguire le procedure relative al futuro dei bambini, insieme all’avvocata Cristina, affinché i loro diritti siano pienamente rispettati e possano ricostruire la propria vita con dignità, sicurezza e protezione.”
Il caso di Ana Cristina Duarte è diventato il simbolo della necessità di rafforzare i meccanismi di protezione per le donne brasiliane – e straniere in geneale – che vivono all’estero e che affrontano situazioni di violenza domestica lontano dalle proprie reti familiari e di amicizia e sostegno.
“La condanna all’ergastolo rappresenta una risposta ferma del sistema giudiziario italiano, ma anche un monito per l’intera società. Il femminicidio non avviene improvvisamente: è spesso preceduto da segnali, aggressioni e richieste di aiuto che non possono essere ignorate. Dobbiamo continuare a rafforzare le politiche pubbliche, le reti di accoglienza e i meccanismi internazionali di protezione per le donne in situazione di vulnerabilità”, conclude Renata Bueno.